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Prevalenza, gestione e risultati a lungo termine dei pazienti con fibrillazione atriale e impianto di stent medicati

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A cura di Antonella Potenza

Hyo-In Choi, Jung-Min Ahn, Se Hun Kang, Pil Hyung Lee, Soo-Jin Kang, Seung-Whan Lee, Young-Hak Kim, Cheol Whan Lee, Seong-Wook Park, Duk-Woo Park, Seung-Jung Park. Prevalence, Management, and Long-Term (6-Year) Outcomes of
Atrial Fibrillation Among Patients Receiving Drug-Eluting Coronary Stents. JACC Interv 2017; 10:1075-85.

 

In questo studio sono stati valutati l’incidenza, la gestione e la rilevanza clinica della fibrillazione atriale (FA) insorta durante o dopo procedura di angioplastica coronarica con impianto di stent medicato (DES) e i risultati di differenti strategie antitrombotiche.

Analizzando una serie consecutiva di 10.027 pazienti sottoposti a PCI con impianto di DES tra il 2003 e il 2011, è stata valutata la prevalenza globale e l’impatto clinico della FA; in questi pazienti è stata anche valutata l’efficacia e la sicurezza della duplice terapia antiaggregante (DAPT) e della triplice terapia (DAPT + warfarin) tra i pazienti in FA.

L’endpoint primario era un composito di morte cardiovascolare, infarto miocardico o ictus.

Nel complesso, il 7,1% dei pazienti (n=711) aveva una diagnosi di FA al momento dell’angioplastica.

Circa il 60% dei pazienti è stato trattato con impianto di DES di prima generazione (sirolimus o paclitaxel-eluting stent), il resto con impianto di DES di seconda generazione (zotarolimus o everolimus eluting stent). I pazienti con FA erano più anziani, avevano maggiori comorbidità e più frequente storia di ictus. Alla dimissione, la maggior parte di questi pazienti (88,4%) riceveva DAPT piuttosto che la triplice terapia (10,5%); tra i restanti 7 pazienti, 3 sono stati dimessi in singola terapia antiaggregante e 4 pazienti sono deceduti prima della dimissione.

Durante il follow-up, 319 pazienti sono deceduti (127 pazienti per morte cardiovascolare), 500 pazienti hanno avuto un infarto miocardico, 306 uno stroke e 875 pazienti hanno avuto almeno uno degli eventi dell’endpoint primario (composito di morte cardiovascolare, infarto miocardico e stroke non fatale).

L’incidenza a 6 anni dell’endpoint primario dopo PCI è stato significativamente più elevato nei pazienti con FA rispetto a quelli senza (22,1% vs 8,0%; p<0,001). Questa tendenza è stata mantenuta anche per il sanguinamento maggiore (4,5% vs 1,5%, p <0,001).

All’analisi multivariata, la presenza di FA era associata significativamente a una maggiore incidenza dell’endpoint primario (HR 2,33; 95% CI 1,95-2,79, p<0,001) e di sanguinamenti maggiori (HR 2,01; 95% CI 1,32-3,06; p=0,001).

Tra i pazienti affetti da FA, non vi era alcuna differenza in termini di endpoint primario tra il gruppo DAPT e il gruppo triplice terapia (p=0,98), ma la triplice terapia era associata a un rischio quasi 8 volte superiore di ictus emorragico (p=0.002) e 4 volte superiore di sanguinamenti maggiori (p=0,001).

In conclusione, tra i pazienti sottoposti a impianto di stent medicati, la FA non è rara e si associa a un aumento del rischio ischemico e di sanguinamento. La triplice terapia, rispetto alla DAPT, aumenta il rischio di sanguinamento senza alcun beneficio in termini di protezione ischemica.

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Antonella Potenza
Antonella Potenza

Dirigente Medico I livello. Cardiologia Interventistica IRCCS-ASMN Reggio Emilia

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