portare il fuoco

È la magia delle narrazioni e la sperimenta qualsiasi buon lettore: immergersi in un romanzo vuol dire entrare in altri mondi e vivere altre vite, ampliare le proprie prospettive, scoprirne di nuove e farle proprie, viaggiare nello spazio e nel tempo. Vuol dire, a storia terminata, provare ulteriori emozioni: appagamento, straniamento, nostalgia e perfino sollievo se la lettura si è rivelata, come può succedere, tanto immersiva quanto destabilizzante o disturbante (pensate a Kafka o a Dostoevskij, ma anche, per esempio, al Faber di Sotto la pelle). Bene, tutto questo è qualcosa di più che un’illusione: succede davvero così, e sono psicologi e neuroscienziati a dirci come e perché leggere romanzi cambia il cervello, e noi con lui, in modo permanente.

L’articolo che avete appena iniziato a leggere (e che continua qui) si intitola «Leggere romanzi cambia il cervello»: e prosegue, appunto, dimostrando che le cose stanno proprio così, che non si leggono storie impunemente, che le storie agiscono successivamente in noi e ci fanno diventare quello che siamo. Ed è bello, lo dico sul serio, che ci sia ancora la voglia di dirla, questa semplice cosa così ovvia: leggere le storie ci cambia la testa, la mente, il pensiero. Lo penso anch’io.

E mi commuovo, per esempio, a leggere di quanto la mente e il pensiero di Giovanni Raboni fossero stati mutati e, starei per dire, quasi scorticati e rimodellati dalla sua instancabile lettura di Proust (che, a proposito di storie che rimodellano la mente, è lettura paragonabile solo a quella della Commedia dantesca, per quanto può cambiare un uomo: parere personale mio, ça va sans dire). Tanto che possiamo leggere oggi del suo lavoro:

Amare la Recherche significa non averne mai abbastanza, significa che «non c’è una sua pagina, per quanto aurorale, che a leggerla per la prima volta non emozioni, anche se sono già migliaia quelle a cui va ad aggiungersi nel deposito della nostra memoria» (p. 118). Tradurla, farla passare in un’altra lingua, è un atto altrettanto amorevole di riscrittura, una forma estrema di amore che riesce a far rivivere, con le sue lentezze e accelerazioni, il contrappunto tra il tempo lento, labirintico ed infinito della narrazione proustiana e quello precipitoso della vita che sfugge, della paura di non riuscire a portare a termine l’impresa (Raboni racconta, ad esempio, delle notti in cui si svegliava in preda alla paura di non riuscire a concludere la sua opera di traduzione, così come Proust, nella sua corsa contro la morte, si diede ad un lavoro febbrile che lo separò dal mondo).

Ma più di ogni altro post, è quello di Marco Missiroli che volevo oggi consigliarvi. Perché ha un titolo ambizioso e finisce con il dire una cosa così ovvia cghe sembra troppo più piccola dell’ambizione del titolo. E invece no. Perché, molto spesso, è di cose molto ovvie che abbiamo bisogno di ricordarci quando ci pare di essere un po’ disorientati. Il titolo ambizioso è: «Che cosa resta da fare alla letteratura». La cosa ovvia che dice la dice qui; e finisce così:

Alla letteratura resta da fare questo, la possibilità di un lascito. Che è quello che ha sempre fatto: fucili, cloro, scatole di fagioli che cadono, grammofoni. Portare il fuoco.

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Davide P.
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