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più libri meno liberi

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Se vi piacciono i quiz letterari, è possibile che già vi siate cimentati con quello che il quotidiano «La stampa» ha proposto ai suoi lettori per l’apertura del salone del libro di Torino. È un quiz interessante proprio perché non è difficilissimo e quindi non si rivolge ai soli specialisti (anche se, devo ammetterlo, io che pure in qualche modo vorrei considerarmi uno specialista, una risposta l’ho sbagliata in pieno…) (e se invece vi piacciono i quiz di matematica, non dimenticatevi che ogni domenica Maurizio Codogno ne propone uno sul suo blog, e che quello di oggi è particolarmente adatto anche a chi, come me, vorrebbe fare lo specialista di qualcos’altro).

 

E però, visto che siamo entrati in tema di salone del Libro di Torino, mi pare molto rilevante (a prescindere dalle valutazioni personali che ognuno ne potrà fare) la vicenda esplosa in questi giorni a proposito degli editori italiani che non pagano traduttori e collaboratori, e quindi, in definitiva istanza, a proposito del mondo da cui dipendono i libri che dovremmo voler leggere e da cui vorremmo che dipendesse (un po’) il nostro sguardo sul mondo e la nostra cosiddetta «cultura». La vicenda è stata ricostruita piuttosto bene da Wired, e non è un caso che parta dall’estero e da un autore straniero. Il riassunto comincia così:

 

È partito tutto da qualche tweet, per poi diventare polemica con una base sempre più grande di autori e traduttori nei confronti di Isbn Edizioni, fino all’inizio di un (poco produttivo) contatto. Ma cominciamo dal principio. L’8 maggio scorso lo scrittore britannico Hari Kunzru ha postato una serie di tweet in cui denunciava la situazione di insolvenza della casa editrice fondata nel 2004 da Massimo Coppola. Secondo Kunzru e i suoi numerosi tweet sull’argomento, Isbn non avrebbe pagato “a friend“, in realtà sua moglie Katie Kitamura, di cui l’editore aveva pubblicato il romanzo Knock-Out, nell’ottobre 2014. Al centro della polemica anche l’insolvenza nei confronti di molti traduttori che avevano lavorato con lo stesso editore.

 

Ognuno si farà una sua idea, immagino. La mia non è nemmeno un’idea ma una semplice constatazione, che dice che quando un debole (i traduttori, in questo caso) si trova da solo a lottare contro chi, anche magari in buona fede, è comunque troppo più forte di lui (l’editore, in questo caso), l’esito dello scontro è già scritto in partenza: il debole perderà (o non verrà pagato). La considerazione, amara, è pertanto semplicemente questa:

 

La rabbia di Kunzru ha certamente scoperchiato un vaso di Pandora nemmeno troppo piccolo, solo per far luce su una questione non sufficientemente illuminata, ma tristemente nota. L’amplificatore dei social mette sotto i riflettori qualcosa che si poteva tranquillamente presagire: i professionisti della cultura spesso e volentieri si trovano in condizione di non essere retribuiti a sufficienza per il loro mestiere, o di non essere retribuiti affatto.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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6 Comments

  1. ilcomizietto ha detto:

    Beh, dopo aver letto la versione di ISBN non mi sembra che la casa editrice sia fra i “forti”. Diciamo che lavorare per qualsiasi azienda è un rischio, il rischio che questa fallisca e quindi non paghi. Per molti operai, purtroppo, è la norma. Traduttori, autori & C. non sono altro che gli operai dell’industria della cultura. – http://www.isbnedizioni.it/articolo/141

  2. Alan ha detto:

    Io ne ho sbagliate tre. È grave?

  3. .mau. ha detto:

    Essendo io iscritto a una mailing list di traduttori, posso assicurare che ISBN non è certo l’unico caso, a quanto sembra.
    Il punto è che mi sa che l’editoria sia diventata come il teatro, un settore in cui senza soldi esterni (quindi non solo quelli dei fruitori) non si campa.

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