Immagino (ma non lo so, magari mi sbaglio) immagino che un medico che lavora in ospedale, come molti di voi, debba avere una certa, non saprei dire come, dimestichezza con la morte. Lo immagino, ma non lo so. Ma è una delle vostre dimestichezze (se così posso permettermi di ostinatamente dire) che più mi spaventa: questa specie di familiarità con la malattia, che (lo immagino) ve la fa sembrare normale, facile, come la pioggia o come il sole.

 

Io invece vivo il mio tempo lavorativo in mezzo ai ragazzi giovani, che sono (nella grandissima parte) sani e pieni di energia. (A volte troppo pieni di energia, ma questa è un’altra storia…) Eppure oggi, sul blog di Roberto Alajmo, ho letto un piccolo e strepitoso apologo sulla consapevolezza della morte che mi ha fatto di nuovo capire che ogni giorno, in fondo, consumiamo una piccola ma definitiva scomparsa, anche se siamo giovanissimi. L’apologo inizia così:

 

  • È una cosa che succedeva da bambini. Si giocava in mezzo alla strada, in preda a una disperata vitalità. Disperata perché c’era in tutti, fin dal calcio d’inizio, una premonizione. Tutti sapevamo quale era il giardino circondato dalla recinzione più insormontabile, abitato dalla più acida delle signore, quella che, ignara di qualsiasi passione giovanile, il pallone non l’avrebbe mai restituito.

 

E continua brevemente qui, ed è bellissimo, nella sua linearità così baroccamente siciliana (e c’è anche una splendida poesia di Montale, che parla di quello stesso pallone perduto, secondo me). Che poi, se di sicilianità vi venisse il desiderio (è un desiderio che io ho sempre dentro di me e che da anni mi divora, sappiatelo), è proprio di Roberto Alajmo uno dei più bei libri sulla Sicilia che io abbia mai letto: si intitola L’arte di annacarsi e va letto a piccoli spicchi. Come se fosse un’arancia rossa, di quelle che vengono esattamente da dove state immaginando voi.

Davide P.
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