perduti e perdenti

Ogni tanto la letteratura entra nelle nostre vite d’improvviso, dandoci il segno di non esserne in effetti mai uscita, anche quando avevamo smesso di vederla o riconoscerla (soprattutto di riconoscerla). È successo (o almeno mi è sembrato che sia successo) lunedì sera, quando il telegiornale che seguo abitualmente (e molto distrattamente) mi ha informato di avvenimenti che già conoscevo ma lo ha fatto con una solennità che mi ha sorpreso. Erano morti due scrittori, due grandi scrittori: il conduttore giornalista ha assunto un’aria grave e ne ha fatto i nomi: erano morti Günther Grass e Eduardo Galeano, non si poteva fare finta di niente, non si poteva non fare almeno finta di ricordarli (almeno).

Ho ascoltato quindi il fugace servizio con curiosità e sono stato lieto che la letteratura mi entrasse in casa, per una volta, anche attraverso lo schermo della televisione. Poi sono andato a cercare qualcosa per ricordarli anche io, in questa assai più modesta sede, e credo di avere trovato qualche parola interessante. E assai bella, per esempio, mi è parsa la Milonga per Eduardo Galeano intonata (per iscritto) da Fabio Stassi, proprio ieri:

Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru.

Era nato in quella città nel 1940 e aveva avuto una geografia del sangue mista e desterrada: gallese, tedesca, spagnola e italiana. Ma per scrivere aveva scelto il nome della madre. Diceva di avere appreso l’arte di narrare nei vecchi caffè di Montevideo, e che la sua università erano stati quei posti allagati da una luce così forte da ingiallire i sorrisi alle donne e da ombre tanto estese e nette da tracciare la mappa e i contorni della nostra locura. Per uno come lui, la memoria era una bettola straripante di voci, di amici e di musica. Una lanterna degli affogati, dove ogni ricordo è il soffio di una diceria.

(continua qui)

E interessante, invece, ho pensato che fosse un articolo uscito nel 1999, ma ancora reperibile in rete, in cui Cesare Cases raccontava di Günther Grass e del suo premio Nobel, appena ricevuto. Scriveva Cases poche cose, ma una in particolare:

Aveva ragione, come quasi tutti i perdenti.

Ecco, non lo so. Non so abbastanza di guerre e nemmeno di letterature per sapere se hanno ragione quasi tutti i perdenti e non so abbastanza bene chi siano i perdenti e nemmeno chi abbia, alla fine (sempre se c’è davvero una fine), ragione. Ma c’è la letteratura e ci sono alcuni beli libri e almeno uno di questi è stato scritto da Grass e si intitola Il tamburo di latta. L’ho letto un paio di decenni fa e non l’ho più dimenticato, ed è questa, alla fine, l’unica cosa che continuo a sapere abbastanza.

E avrei anche finito se non fosse che in quello stesso telegiornale, quella stessa sera, si è discusso anche di una particolare parola e dell’uso lecito o illecito che se ne può fare (sempre che sia l’uso della parola il problema…) E ho creduto di avere trovato una risposta grazie a Gwynne Dyer e, siccome la parola è «genocidio», che mi pare una parola grave davvero, ho deciso che forse poteva interessare anche voi, pur non essendo strettamente letteratura. Il racconto, che parla di turchi e di armeni, inizia così:

 

È con grande riluttanza che mi occupo del genocidio armeno, poiché so per esperienza che ciò che scrivo farà infuriare entrambi le parti. Ma questo mese ricorre il centesimo anniversario della tragedia e papa Francesco ha dichiarato che lo sterminio degli armeni commesso dall’impero ottomano nel 1915 fu in effetti un genocidio. La Turchia, come era prevedibile, ha risposto richiamando il proprio ambasciatore dal Vaticano.

Sono ormai diverse generazioni che assistiamo a questa diatriba, che di solito si limita a scambi del tipo “Sì, lo hai fatto” – “No, non l’ho fatto”. Sfortunatamente, di questa faccenda io conosco molte altre cose…

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Davide P.
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