Nato a Vienna e morto in Svizzera, ma vissuto a lungo negli Stati Uniti, Feyerabend fu allievo dapprima di Wittgenstein e in seguito di Karl Popper.

Legato da amicizia e da un rapporto per certi versi competitivo e conflittuale ad illustri studiosi della filosofia della scienza, come Thomas Kuhn e Imre Lakatos, Feyerabend sottopose l’epistemologia dei neopositivisti del Circolo di Vienna ad una critica severa.

Ottenne fama interna­zionale con un libro del 1975, irriverente e provocatorio, dal titolo emblematico di Contro il metodo. La concezione episte­mologica delineata dallo studioso austriaco era profondamente diversa da quella degli altri colleghi. Per Feyerabend la scienza diventava una modalità di conoscenza per certi versi impura, nel senso che la giudicava essere generata, alimentata ed orientata da componenti storiche, culturali e sociali. Erano presenti nella ricerca scientifica dei fattori ideologici esterni, che la influenza­vano pesantemente. Elementi che si muovevano sullo sfondo di interessi e finalità reali, molto di più che degli astratti dettami teorici, i quali sembravano guidare l’itinerario del sapere scien­tifico solo apparentemente. Un sapere che viveva una propria condizione di cammino.

Mentre la tradizione razionalistica aveva disegnato un’immagine progressiva della scienza, Feyerabend si orientò verso una valutazione di tipo temporale. Attraverso la contrapposizione nei confronti dell’indirizzo epi­stemologico tradizionale, denunciò la storicità e la mutevolezza di alcuni principi considerati come obiettivi, legati ai metodi sostenuti dalla scienza ufficiale.

Interessanti appaiono alcune sue considerazioni sul caso di Galileo Galilei. Secondo Feyerabend, fu essenzialmente un approccio non filosofico ed epistemologico, ma di tipo squisitamente storico, a favorire le sollecitazioni culturali che portarono Galileo ad effettuare le proprie scoperte. Lo scienziato pisano avrebbe meritato la boc­ciatura, se fosse stato esaminato secondo dei paradigmi stretta­mente razionalistici, che erano stati privilegiati dai neopositivi­sti moderni. Nell’opera galileiana erano rintracciabili molte indebite generalizzazioni e molte disinvolture teoriche proibite da un giusto metodo.

Ricordiamo per tutte il fenomeno dell’aber­razione della luce o aberrazione stellare, scoperto solo molti anni dopo Galileo dall’astronomo inglese James Bradley (1693­-1762) e che naturalmente lo scienziato italiano non poteva conoscere. Una scoperta quest’ultima, che avrebbe dimostrato con certezza il movimento orbitale della Terra intorno al Sole solo un secolo dopo la morte di Galileo. Ne derivava o che le acquisizioni cognitive della fisica di Galileo fossero false, o che le regole del metodo potessero e talora dovessero essere trasgre­dite per permettere un balzo in avanti del sapere umano.

Su questa base Feyerabend propose una radicale liberalizzazione della metodologia epistemologica tradizionale. Non aderì mai a una precisa scuola filosofica, ritenendo sbagliato uniformare il proprio atteggiamento ad un insieme di principi invariabili. L’obiettivo ultimo fu quello di spazzare via tutte le sovrastrut­ture istituzionali sulle quali la scienza si era adagiata, che costi­tuivano un freno per una conoscenza reale ed innovativa dei problemi e per la stessa democrazia della comunità scientifica.

Tuttavia, una volta eliminate alcune delle convinzioni episte­mologiche più radicate, Feyerabend non volle offrire una meto­dologia alternativa cui uniformarsi. Ritenne invece che ogni programma di ricerca, anche quelli più sicuri e accettati, avesse dei limiti. Il modo migliore per sostenere questa valutazione consisteva nel dimostrare l’irrazionalità di alcune norme meto­dologiche che venivano di solito considerate fondamentali e intoccabili.

Interessato al rapporto tra epistemologia e storia della scienza, sottolineò l’importanza delle contraddizioni nella pro­liferazione di teorie che finivano per essere in conflitto tra di loro. Valorizzò in questo modo il ruolo di ciò che si potrebbe definire come la genialità della singola scoperta. La sua visione della storia della scienza lo condusse a polemizzare con Thomas Kuhn, Imre Lakatos e Karl Popper, accusandoli di un’imposta­zione eccessivamente empiristica del loro pensiero e di imporre canoni metodologici rigidi e ingessati.

Come alternativa radica­le propose una teoria anarchica della conoscenza, secondo la quale la ricerca scientifica sarebbe progredita se si fosse posta al di fuori di ogni autorità, compresa l’autorità della ragione e del metodo. La ricerca doveva cercare di essere dissacrante e libera dai condizionamenti, da qualunque parte questi provenissero. Ogni mutamento del paradigma scientifico derivava dalla vio­lazione di regole metodologiche e di condizionamenti culturali oppure ideologici.

Feyerabend fece notare come ogni principio proponibile fosse stato violato da scienziati brillanti ed anticon­formisti e che avrebbe dovuto essere violato perché la scienza potesse progredire. L’epistemologia tradizionale semplificava la logica della scienza, rendendola una successione di fatti e di conclusioni rassicuranti. Escludeva la disobbedienza a norme, a teorie ed a interpretazioni, restava spesso in silenzio sugli erro­ri con cui gli scienziati giudicavano alcuni eventi sperimentali o la benevolenza con cui spesso descrivevano le loro osservazioni.

La metodologia pluralistica ed anarchica che era alla base della proliferazione delle teorie non avrebbe ostacolato il progresso conoscitivo. Ne sarebbe stata invece un fattore di promozione, permettendo allo stesso tempo una vita più libera e felice per gli scienziati e di conseguenza per i beneficiari del loro lavoro, vale a dire l’intera umanità.

 

Redazione ATBV

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