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la risposta
15 novembre, 2017

a passi torti fino a notte

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». È rimasta molto famosa questa dichiarazione di Umberto Eco. E quando una dichiarazione, una frase, una parola rimangono molto famose è evidentemente perché hanno, in qualche modo, detto qualcosa che molti volevano dire, perché hanno colto nel segno. Ma quale segno? Davvero quelli che parlavano al bar non danneggiavano la collettività? E davvero venivano immediatamente messi a tacere? E perché io, invece, ho in mente limpidissimi ricordi di viaggiatori entro scompartimenti di treni che urlavano per ore idiozie senza che nessuno li interrompesse o dimostrasse loro, dati alla mano, che avevano chiaramente torto? Forse perché i dati alla mano, nello scompartimento di un treno, era impossibile averli? E infine, ma ancora più importante, come facciamo a sapere di non far parte di una di quelle legioni di imbecilli? Ne siamo sicuri? Ce lo diciamo da soli? Ce lo dicono i nostri amici che la pensano come noi?

 

Insomma, lo avete capito, io non ho mai molto creduto a quella frase di Umberto Eco. Mi è sempre sembrata generica, superficiale, inutilmente tranchant: siamo tutti gli imbecilli di qualcun altro, mi viene da pensare; che a sua volta è l’imbecille di un terz’altro terzo eccetera, finché le cose non tornano a noi, come una valanga. Ma contemporaneamente abbiamo tutti la possibilità di dire qualcosa di utile a qualcun altro, anche solo una volta, magari per sbaglio, magari copiandola senza dire da dove. E abbiamo anche i dati alla mano, finalmente: perché è più facile e comodo averli in rete che in uno scompartimento di treno (e già questo a me pare moltissimo).

 

Per questo e per una serie di altri motivi, mi pare utile stamattina invitarvi a leggere un bel post scritto qualche giorno fa da Mafe de Baggis su questo tema (e su come ci coinvolga tutti, questo tema). Potreste partire da questa considerazione, per esempio:

 

Quello che colpisce e spaventa è che se davvero vogliamo dividere il mondo in due, una metà vittima di mille raggiri, l’altra metà che scuote la testa, è la metà che scuote la testa che dovrebbe, a un certo punto, prendere atto della situazione e agire per cambiarla. Non per far cambiare idea, uno a uno, a chiunque altro (è ampiamente dimostrato che questo è inutile se non controproducente). Quello che dovremmo fare è cambiare direttamente la realtà in cui viviamo, producendo per esempio quelli che il giornalista e regista di documentari Alberto Puliafito definisce contenuti-anticorpo … Invece di lamentarci del crollo delle vendite dei libri, possiamo parlare di libri belli che abbiamo letto. Invece di deridere le mamme pancine o le persone che si rendono involontariamente ridicole possiamo andare a caccia di chi, ogni giorno, fa e racconta qualcosa di interessante, di utile, di commovente. Oppure scoprire con quanta forza e in che modo le nuove generazioni stanno dicendo agli adulti che un altro mondo è possibile. Invece di perdere tempo in infinite schermaglie, possiamo spiegare il nostro punto di vista in un lungo articolo o almeno in un nuovo post; parlare di chi fa bene, concentrarci sui migliori, sulle soluzioni, sui prezzi che scendono, sulle malattie che scompaiono, sugli attentati sventati, su quello che potremmo fare con la tecnologia usata bene.

 

Oppure, se vi piacciono i toni un po’ più accesi, posso anche invitarvi a leggere le parole più spicce (ma efficaci, come quelle negli scompartimenti dei treni di una volta) scritte proprio oggi, a questo proposito, da Ugo Rosa, che a proposito di Facebook e dei libri dice così:

 

Anch’io, come tutti, sono un frequentatore della “realtà reale” e anch’io, come qualcuno, ho letto un paio di libri e assistito a conferenze ma non mi sento di dire che, in tutti questi campi, il bilancio sia esaltante. Certo su facebook le minchiate sono tante da fare arricciare le carni. Ma basta entrare in una qualsiasi libreria e dare un’occhiata ai titoli in vendita e in esposizione, basta leggere un paio di celebrati opinion maker per rendersi conto che “la realtà reale” è perfino peggio […] chi sostiene che quel che si scrive su facebook sia ontologicamente (e non nel merito) inferiore ad una articolessa firmata da Eugenio Scalfari, a un elzeviro di Michele Serra o di Massimo Gramellini oppure a un libro di Baricco e, per di più, spaccia questa scemenza per pensiero d’alto bordo io, con permesso, lo classifico tra gli asini.

 

Ma non è tutto. Visto che siamo invitati a diffondere contenuti che ci sembrino migliori, mi prendo ancora pochi secondi per provarci e segnalarvi un altro post a proposito di un poeta, che si chiamava Franco Fortini e che non mi stancherò mai di citare. Ne trovate un bel ritratto qui. E all’interno di tale ritratto sarebbe bello non vi sfuggissero alcuni versi che forse fanno al caso nostro di oggi. Sono versi terribili. Non so se parlano di voi ma di me parlano sicuramente, perché troppe volte mi sono sentito come quei versi descrivono. I versi sono questi (tratti dalla splendida terribile poesia che per esempio trovate qui):

 

Avrò parlato quel mattino
come l’idiota che so essere. Qualche bava
gaia avrò avuta alle labbra. Qualche sussidio
per la mia giornata fino a notte.
Per arrivare a passi torti fino a notte.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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