passati di verdure

Due cose vi confesso subito, in limine, direbbe uno assai più bravo di me se fosse ancora qui tra di noi: la prima cosa è che i due post che vi segnalo oggi non hanno molto in comune, quasi niente in realtà. Però parlano entrambi di libri e lo fanno in un modo che mi piace, senza indulgere alla facilità ma neanche senza facili cinismi, e senza feticismi, senza la retorica comoda dei libri che, signoramia, se non si leggono è una tragedia e chissà dove finiremo, e che ogni libro è una vita in più. Mentre, vi dico la verità, molti libri sono stati per me alcune ore in meno, sottratte a una vita (la mia, l’unica io credo) in cui potevo fare qualcosa di assai più utile, per me e per gli altri. (Poi, è vero, ce ne sono stati alcuni che hanno aggiunto tantissimo, ben oltre le ore che hanno preteso per essere letti… Però, insomma, sono stati davvero pochi, ora che ci penso, troppo meno numerosi di quello che avrei voluto e sperato che sarebbero stati quando ho cominciato a comprarli e ad ammucchiarli sulle pareti di casa, tanti anni fa).

 

La seconda cosa che vi devo confessare è che Simona Dolce, autrice di uno dei due post che segnalo, io non so chi sia. Non ho avuto in mano i suoi romanzi, oppure non me li ricordo (che sarebbe molto peggio, ma non credo), non ho presente nemmeno se qualche volta ne ho letto o sentito parlare, non lo so. E avrei potuto facilmente guglare per capire e sapere qualcosa e magari ricordarmi che sì, ma che stupido che sono, certo che so chi è…. Ma non l’ho fatto, perché il suo pezzo, bello e confuso, mi è piaciuto così, senza sapere chi lo avesse scritto, senza volerlo sapere, prendendolo solo per le parole (e per le date) che ci sono dentro (poi, adesso, mentre voi leggete, io ho già guglato e saputo e probabilmente deciso di leggere uno dei suoi romanzi: ma non vale più, perché queste righe le ho scritte prima, non conta.)

 

E Simona Dolce scrive dunque un pezzo lungo e interessante da cui mi permetto di estrarre questo passo, che mi è piaciuto:

 

Nessuna fine di una storia è stata per me più dolorosa di quando ho capito che con ogni probabilità io sarei stata per sempre un’estranea per mio padre. Nessun amore non corrisposto è stato per me più doloroso dei tanti rifiuti ricevuti sul mio secondo romanzo. Nessun ex è stato per me più importante di mia madre. Nessuna dichiarazione d’amore in un momento sereno è stata per me più importante della lettura di Nel sonno di Vittorio Sereni in un momento per me complicato. È una lista personalissima e per questo è una lista nella quale non è semplice che qualcun altro possa ritrovarsi. Ma la grande sfida della letteratura è rendere universali i particolari. Il contrario, invece, ha sempre un retrogusto banale. I libri non salvano, sono convinta invece che i libri disvelino qualcosa che ci riguarda profondamente. Che era già nostro, e che riemerge.

 

E anche questo, che mi è piaciuto ancora di più (ma non tanto quanto il passaggio sul processo di identificazione del lettore, che però è troppo lungo per riportarlo qui):

 

I libri letti aiutano a comprendere una cosa semplice ma difficile da digerire, e cioè che tutti noi siamo capaci di odiare, di uccidere, di amare, di provare pietà, invidia, rabbia, e che i sentimenti umani non sono così incasellabili e comprensibili, che il bene e il male sono compenetrati l’uno dentro l’altro, che le parole possiedono una forza enorme, che le parole non possiedono nessuna forza. Che possiamo provare a essere chiunque e in qualunque modo, e che saremo sempre noi stessi. Bisogna essere colti per sapere chi sono gli uomini, chi siamo noi. Bisogna essere colti per sapere cosa provano gli uomini, e noi cosa proviamo.

 

C’è poi un secondo post, molto più gelido, se mi permettete. Eppure fondamentale, anch’esso, se si vuole parlare di libri senza eccedere in entusiasmi troppo facili e in fin dei conti inutili. Lo ha scritto qualche tempo fa Guiido Vitiello (lui, invece, so chi è) e io cerco sempre di non dimenticarlo, tanto mi pare fondamentale. Si intitola Nuovo sciocchezzaio libresco e lo trovate qui; e se volete potete anche proseguire e leggerne pure il suo fratello maggiore, che è linkato nelle prime righe. E inizia così, in modo folgorante:

 

I libri sono cibo per la mente. Suona bene, vero? Ma spesso nasconde un indiscriminato invito alla bulimia letteraria. Mancano i necessari corollari dietologici (e tossicologici): certi libri sono bacche velenose, e a legger tutto come figli dei fiori si finisce come il buontempone di Into the Wild con i suoi semi di patata ammuffiti. Per parte mia, ordino le mie letture in uno spettro che va dai libri-crostaceo (in genere filosofi tedeschi, dove bisogna lottare con pervicaci corazze ed esoscheletri per arrivare, sfiniti, a un minuscolo gheriglio di polpa rosa) ai libri-passato di verdure (sono quelli che fanno vanto del loro stile scorrevole, e che non incontrano resistenza alcuna nella loro marcia dentro il nostro organismo).

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Davide P.
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