parole e luoghi

Tra le cose che ci piacciono di più, in questa rubrica, ce ne sono due che ci piacciono davvero di più di tutte le altre cose che comunque ci piacciono. Tanto che mi pare quasi uno spreco metterle entrambe in uno stesso post… Ma, va detto, la seconda di queste cose piace soprattutto a me (credo: non ho mai avuto riscontri), per cui forse è giusto che la usi insieme alla prima, in modo che abbia quei tre o quattro lettori che secondo me si merita.

E veniamo alle cose, quindi. La prima, quella che sempre ci piace, riguarda la lingua italiana, quella che è nostra identità e nostra cultura; e riguarda innanzitutto un articolo di un paio di anni fa dell’Accademia della Crusca, che spiegava come il latino innervasse l’italiano che tuttora parliamo, e lo faceva scrivendo precisamente così:

Due sono state le trafile principali attraverso le quali il lessico latino è andato a costituire gran parte del patrimonio lessicale dell’italiano:

1)Parole di tradizione ininterrotta che dal latino, attraverso un processo di continue e progressive trasformazioni, sono arrivate fino ad oggi.

2)Parole di tradizione colta o interrotta che ci sono arrivate in una forma molto più vicina a quella originale perché recuperate in ambiti dotti e reintrodotte in italiano senza sostanziali adattamenti formali, inevitabile quando invece le parole circolano nel parlato.

Nel primo gruppo, quantitativamente molto consistente, rientrano parole di base, che vanno a formare buona parte del lessico fondamentale: casa, dare, fare, tavola, chiaro, cielo, mare, terra, vedere, acqua sono solo pochissimi esempi di parole italiane derivate dal latino per via ininterrotta; in alcuni casi, come quelli appena esemplificati, le modifiche formali sono state molto limitate per cui è abbastanza facile risalire alla forma latina originaria; in altri casi le trasformazioni sono state più profonde per cui, ad esempio, non è così immediato riconoscere nell’italiano coppia l’esito del latino copula.

Al secondo gruppo appartengono parole di ambiti particolari: da sempre il latino ha influenzato il volgare in ambito religioso e giuridico, ma soprattutto il latino (insieme al greco) è stato ed è tuttora un serbatoio di risorse lessicali a cui le scienze e le terminologie tecnico-specialistiche continuano ad attingere.

 

Ma esattamente oggi invece, citando proprio quel lontano articolo, Annamaria Testa ha pubblicato un elenco di 80 parole (o espressioni) latine che usiamo normalmente (quasi) tutti: latino vivo insomma, adoperato senza nemmeno più pensare che sia latino. E scorrendo l’elenco, vedrete, capiterà pure a voi di dire: eh già, non ci avevo pensato, è latino, non è mica inglese, è proprio quel latino che avevo (quasi) studiato da ragazzo. Perché, come spiega Annamaria Testa, la terza strada attraverso la quale il latino è entrato e continua a entrare nella nostra lingua è l’inglese, che si appropria del lessico latino e ce lo restituisce mascherato da lingua anglosassone, tanto che quasi non lo riconosciamo nemmeno più.

È questo il motivo per cui alcune espressioni latine usate in italiano vengono, invece, prese per inglesi. Così, come racconta la Crusca, capita di sentire bizzarre realizzazioni ibride e decisamente divertenti come sine die pronunciato “all’inglese” sain dai. Aggiungo che mi è capitato di sentire uno stupefacente erréta corràig per errata corrige.

Però, dai: quando si tratta di “vere” espressioni latine, varrebbe la pena di pronunciarle come si scrivono, no? E bisogna considerarle invariabili: è il caso di tutor, di forum, di auditorium, di sponsor. Per curriculum, invece, Crusca e Treccani suggeriscono il plurale curricula, ma la stessa Treccani, altrove, sembra sostenere una tesi diversa.

Poi, se ancora non siete stanchi, ci sarebbe anche la seconda cosa, che, lo ammetto, è in genere un po’ più noiosa: perché è l’idea che non esistano i luoghi ma soltanto i racconti che ci facciamo di quei luoghi; e che ogni luogo non sia altro che il racconto che nei secoli è stato fatto a più voci di quel preciso luogo. E oggi, ve lo confesso, quando mancano poche settimane prima che io parta per un viaggio che mi farà vagare anche nelle campagne e tra i mulini a vento della Mancha (voi capite bene…), ho tremato quando ho letto il racconto che Roberto Alajmo ha fatto di un luogo che ama (e che amo anche io), che si chiama Mondello e che è la cosiddetta spiaggia dei palermitani; mescolando la sua descrizione con il racconto che Woody Allen fece una volta del luogo che amava lui, che si chiama Manhattan. Come se due luoghi si intrecciassero nei racconti che ne possiamo fare e da quael momento fossero stranamente e indissolubilmente legati dalle nostre parole. Ma non vi metto nessun brano perché il post è tutto bello: sta qui, sul blog di Alajmo, trovate il tempo.

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Davide P.
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