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parole definitive

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Cosa succede quando leggo letteratura a scuola, agli studenti adolescenti che ho davanti? Dipende dalla letteratura, ovviamente: dipende dalla forza dei testi, dalla loro qualità, dalla loro distanza (dopo, ma solo molto dopo, dipende anche da me, da come li so spiegare, dopo dipende dagli studenti stessi, dalla voglia che hanno di starli ad ascoltare, dai loro pensieri, da tutto quello che nelle loro vite, nel frattempo, accade).

Però, con diverse sfumature, ci sono testi che sempre hanno una forza maggiore, che centrano il bersaglio con più facilità: anche se io sono scocciato, anche se gli studenti sono svogliati, anche se fuori c’è il sole e magari è l’ultima ora, siamo stanchi, chissà quante verifiche ci sono state nelle ore precedenti, chissà quante ce ne saranno domani. E a questo gruppo (ristretto) di testi appartiene sempre, a suo modo, la poesia di Cesare Pavese.

Per questo ho letto con attenzione stamattina quanto scritto a proposito della raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi da Tommaso Di Dio; e per questo ve ne propongo la lettura in questa piccola sede virtuale. Perché riesce a mettere a fuoco (sarà che Di Dio è anche lui valentissimo poeta) alcune delle ragioni per cui della poesia di Pavese risuona costantemente la forza, anche nel silenzio buio delle aule scolastiche; perché sa cogliere alcuni dei caratteri che rendono la sua poesia ancora incisiva, anche nel chiacchiericcio semi-infernale della comunicazione presente. E questo finisce per dire molto dl nostro presente, appunto.

Leggete qui, per esempio:

Ancora, a distanza di più settant’anni dalla loro prima, postuma edizione, queste poesie, calibrate rigorosamente sulla misura breve di un verso ipnotico, litanico, ci costringono al confronto con qualcosa che ancora oggi ci pare ineludibile. A guardarle per un momento, così stagliate sulla pagina bianca, così esili, sembrano un monito; come se chi le scrisse non abbia mai potuto staccarsi dall’idea che dall’essere, dall’essere pienamente se stessi, non potrà mai essere disgiunta un’esperienza terribile, abbacinante: «Sarai tu – ferma e chiara.»

O anche qui, se non vi basta:

Si scrive la poesia come componendo un’azione nello spazio sacrificale della pagina; e si scrive «tu» perché il «tu» arrivi, perché il «tu» avvenga e ricompaia, certo non in una presupposta realtà, là fuori da qualche parte, ma perché diventi invece presenza ripetuta nel linguaggio e così, assente, prenda vita in noi, sia sangue nel nostro sangue: «tu dura e dolcissima/ parola, antica per sangue/ raccolto negli occhi». Pavese era convinto che fra rito, mito e dogma intercorresse la stessa tensione che c’è fra vita, poesia e filosofia.

Insomma, ci sono versi, come questi di Cesare Pavese, che sanno risuonare nel buio letterario e intellettuale delle aule scolastiche; che sanno ancora sovrastare il chiacchiericcio assediante del presente. A volte mi sorprende questa loro inattesa capacità; a volte scopro che anch’io, silenziosamente, stavo colpevolmente rinunciando a questa possibilità… Ma la possibilità avviene, tutto ricomincia.

E quindi buona lettura, se vi va. Ma non senza una minima appendice:

È morto Luigi Blasucci, qualche giorno fa. È stato uno dei più grandi critici letterari degli ultimi cinquant’anni. Ha scritto memorabili commenti ai versi di Leopardi, di Montale, di Ariosto. Oggi ne ho letto un’intervista splendida (la trovate qui), in cui parla di tantissimi scrittori e poeti, di lettura e di interpretazione, e a un certo punto, a proposito della morte della poesia, della crisi della poesia e di tutto quello che da anni ci ripetiamo a proposito del fatto che la poesia non la vuole più nessuno (tranne noi, ça va sans dire), Blasucci dice così:

La poesia non è di questo tempo, finché non arriva un poeta che sa essere di questo tempo.

Mi sono sembrate parole definitive.

Davide Profumo
Davide Profumo
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