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10 Settembre, 2021
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20 Settembre, 2021

padri ed eresie

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Essendo io persona che si occupa sempre più frequentemente di argomenti futili e senza alcun futuro, ho molto amato in questi giorni leggere un discretamente futile articolo sulle preferenze che i grandi scrittori ebbero in fatto di vini e superalcolici (lo potete leggere qui). In particolare, ve lo potete immaginare, ho molto amato il paragrafo che parla di Dante e della Vernaccia che lui stesso cita a proposito di un papa relegato nel Purgatorio per la colpa della gola. I versi danteschi sono questi: «Ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: / dal Torso fu, e purga per digiuno / l’anguille di Bolsena e la vernaccia…». Le considerazioni che vengono fatte al proposito, nell’articolo che vi sto segnalando, sono queste:

Dante non risulta essere stato un appassionato dell’arte culinaria e tanto meno del buon bere. Lo dimostra il trattamento riservato, fra Purgatorio e Inferno, a ingordi e golosi. E lo conferma il suo primo biografo, Giovanni Boccaccio, che lo descrive come estremamente sobrio. Il che non significa però che il sommo poeta non conoscesse i vini della sua epoca […] Quello che resta però in dubbio del citatissimo verso dedicato al Papa goloso è il vino usato dal pontefice per “affogare” le anguille: Vernaccia, certamente. Vernaccia di San Gimignano, si è sempre detto. Ora però una diversa “scuola di pensiero” offre un’interpretazione alternativa. Quel vitigno, dicono alcuni, arrivò in Toscana dalla Liguria intorno al 1300 ed è quindi possibile che si tratti di un vino ligure, prodotto nelle Cinque Terre: a Vernazza. Origine che ne spiegherebbe il nome. Insomma: una sorta di Sciacchetrà di oltre 700 anni fa.

Ma a proposito di padri (tutti i letterati citati in questo articolo sono in qualche modo nostri padri, Dante lo è proprio per definizione: il «padre Dante»), vi potrebbe forse interessare il bell’articolo sulla figura paterna (e sulla sua presunta latitanza; e anche su alcune sue declinazioni letterarie, da Kafka a Kristof) che potete leggere oggi grazie alla tastiera di Anna Giurickovic Dato. La quale usa i padri che stanno o non stanno nelle pagine dei romanzi per dire qualcosa del nostro essere padri, del vuoto che lasciamo ai nostri figli, o del vuoto che voi figli sentite da noi lasciato (se siete giovani e figli). Potete leggere così, per esempio:

Siamo figli senza padri, né istituzioni, abbiamo continuato – non siamo noi ad aver cominciato quest’opera – a scardinare gli infissi di un sistema sociale vetusto e avariato, che tuttavia continua a resistere: non avevamo considerato la presenza di qualche serramento antieffrazione; non avevamo neanche considerato di poterci ritrovare a vivere in un sistema ibrido, di dover costruire dopo aver distrutto, di dover reinventare i padri che avevamo ucciso.

[Ma sempre a proposito di padri: la scorsa notte, tra il 13 e il 14 di settembre, è scoccato il momento esatto dei settecento anni dalla morte dell’Alighieri, avvenuta in una località sconosciuta tra Venezia e Ravenna. Ho pensato a lungo ai versi che si potevano citare per celebrare l’evento e mi sono infine deciso per una terzina dell’ultimo canto del Paradiso, che è tra le più misteriose che Dante abbia scritto, tanto che io non sono mai riuscito a spiegarla nemmeno a me stesso. Questa: «Un punto solo m’è maggior letargo / che venticinque secoli a la ’mpresa / che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo». Buon letargo, padre Dante.]

Infine è forse giusto che a voi cardiologi io offra spunti di lettura un po’ meno futili. Forse prima di mettermi a scrivere dovrei fare un esercizio di autocontrollo e lasciar perdere i vini che piacciono agli scrittori, perché l’alcool fa male e l’apparato cardiocircolatorio va tenuto in forma, con attenzione e con cura, perché il cuore non è solo quello dei poeti…. E allora credo potrà essere utile a voi e a tutti questa brillante puntualizzazione a proposito dei cosiddetti no-vax, scritta da uno psichiatra, che si chiama Giuliano Castigliego e che parte proprio dalla letteratura per provare a spiegare chi siano le persone che facciamo più fatica a comprendere in questi giorni di contagi e di vaccini (ma la letteratura dovrebbe pur servire a questo, no? A comprendere un po’ di più gli altri, no?). E comincia così (qui però trovate tutto):

“Penso che l’errore sia di credere che prima venga l’eresia, poi i semplici che vi si danno (e vi si dannano). In verità prima viene la condizione dei semplici poi l’eresia” spiega nel Nome della rosa il monaco francescano Guglielmo da Baskerville al suo aiutante, il novizio Adso. Guglielmo ritiene cioè che il punto di partenza nello sviluppo dell’eresia siano gli esclusi, che ai suoi tempi erano i lebbrosi. “I lebbrosi – afferma Guglielmo – sono per il popolo cristiano gli altri, quelli che stanno ai margini del gregge. Il gregge li odia, essi odiano il gregge” e prosegue “i lebbrosi sono la figura disposta da Dio perché… dicendo lebbrosi noi capissimo esclusi, poveri, semplici, diseredati, sradicati dalle campagne, isolati nelle città”. “Esclusi com’erano dal gregge, – argomenta ancora Guglielmo – tutti costoro sono stati pronti ad ascoltare ogni predicazione, che, […], mettesse sotto accusa il comportamento dei cani [i nobili] e dei pastori [i chierici] e promettesse che un giorno essi sarebbero stati puniti”. La logica conclusione è che i potenti, consapevoli che gli esclusi avrebbero voluto togliere loro i privilegi di cui godevano, li hanno combattuti bollandoli come eretici. E gli esclusi, “inviperiti dalla loro esclusione”, hanno abbracciato la prima eresia che incontravano, non essendo interessati ai sofismi della dottrina, ma al cambiamento della società. “Non conta la fede che un movimento propone – conclude Guglielmo – Eco – conta la speranza che offre. Gratta l’eresia, troverai il lebbroso”.

Mi è piaciuto molto, questo incipit; e mi pare anche molto istruttivo. Non che la letteratura debba esserlo, intendiamoci. Però, se capita, insomma, a me va bene lo stesso; e il «padre Dante» ne sarebbe stato senz’altro felicissimo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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