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occhi e passi

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Quando non parlo di libri, forse lo sapete, parlo di luoghi. E, forse sapete anche questo, ogni volta che parlo di luoghi mi pare sempre e soltanto di parlare dei libri che li hanno nel frattempo raccontati e delle parole che li hanno descritti e dei passi che li hanno attraversati e dei nasi e delle bocche che, mentre gli occhi li guardavano e cercavano di decifrarli, li hanno respirati, annusati ed espirati. Tanto che, alla fine di tutto questo descrivere e annusare, non mi ricordo nemmeno più se sto parlando di libri o di luoghi e mi pare che non ci sia nessuna differenza tra le due cose e che ogni libro sia anche un luogo e ogni luogo sia un libro, che dobbiamo imparare a leggere con i nostri passi e a percorrere con i nostri occhi, prima che sia troppo tardi. Cioè prima di essere troppo stanchi per farlo.

 

[Mi conforta non poco, in tutto questo, ricordarmi ogni volta come se fosse un soprassalto che in latino esiste locus, che significa «luogo», ma di cui si danno due forme plurali, loca e loci, la seconda delle quali indica proprio i passi di un libro, e soltanto quelli; mentre la prima, che cambia di genere, continua a indicare i luoghi della terra, come se davvero le due cose fossero troppo simili per essere scisse da un vocabolario o da un semplice plurale.]

 

E quindi, senza volermi affatto trasformare in un’agenzia per i vostri futuri viaggi (ma pensateci, se non avete idee per la prossima primavera), vi propongo oggi due luoghi, anzi no: due descrizioni di due luoghi (questo è il trucco) e delle persone che da quei luoghi sono passate, nei secoli, e continuano a passarci, lasciando a volte tracce difficili da accettare e comprendere ma pur sempre tracce di uomini, di un presente faticoso e di un futuro che ancora non sappiamo leggere, ma che già in quei due luoghi è stato iscritto, secondo me.

 

Il primo luogo è in Albania, terra da cui tanti uomini negli scorsi decenni sono partiti per arrivare qui da noi, nei «nostri»luoghi (ma la prima cosa che la letteratura insegna è questa: i luoghi non sono di nessuno, per definizione – se non di chi li sta raccontando, ma solo per qualche istante: quel breve spazio che può essere la durata minima di un racconto…). Si chiama Butrinto, questo luogo in Albania, ed è una delle meraviglie archeologiche meno conosciute e frequentate del Mediterraneo. Se ne parla, nel pezzo che vi consiglio di leggere, in questi termini:

 

Mentre ci si aggira fra monumenti di così stupefacente bellezza, immersi nella natura incontaminata, lontani da tutto, è difficile resistere alla tentazione di vedere in queste terre la linea di continuità che univa la nostra penisola alla Grecia, fino a Costantinopoli. I siti archeologici dove fare esperienze simili sono numerosi (Billys per esempio, sempre sul fiume Aoos, con resti mozzafiato dalla fondazione illirica, fino ai romani e ai bizantini), ma è la strada più importante dell’antichità ciò che noi dobbiamo cercare da queste parti. La continuazione dell’Appia oltre al mare. La strada che partiva da Durazzo per arrivare a Bisanzio. La via Egnatia. Durante gli anni dominati dall’isolazionismo, la moderna Egnatia è stata spostata a sud e oggi il suo punto di partenza è dislocato a Igoumenitsa prima di attraversare tutta la Grecia settentrionale sui rifacimenti degli ultimi anni che l’hanno resa una specie di autostrada. Ma a metà del II secolo a.C.  quando fu aperta era tutta un’altra storia. Le taverne di pesce sul mare di Durazzo anche allora erano un brulichio di odori e mercanteggiamenti e tumulti continui tanto che Cicerone avrebbe giudicato troppo caotica e rumorosa l’esperienza.

 

Il secondo luogo invece è in Germania e si chiama Colonia. In una notte di qualche mese fa fu chiamata a diventare il centro di uno scontro di civiltà che si consuma soprattutto nelle parole e nei reportage e di cui, almeno in quel caso, abbiamo saputo ben poco, mentre passavano i giorni. Ma Colonia è una città che parla di un lunghissimo passato di confine, di strade e di lontananze, di incontri e di incroci; e in questo suo raccontarci ed esserci raccontata è, forse, una delle migliori prospettive di futuro che possiamo in questi giorni permetterci. La trovate descritta in questo bellissimo post. Forse andrete presto a vederla, se già non lo avete fatto. Sarà bello, magari, incontrarci lì.

 

I fiumi possono aprire o chiudere una città, specie se, come nella maggior parte dei casi, vi transitano in mezzo. Questo non è il caso di Colonia, che nonostante oggi sia ovviamente sviluppata sulla sponda opposta in zona Messe-Deuz, trova il suo baricentro al di qua della sponda orientale del fiume. Colonia è una città bifronte che guarda apprensivamente da ambo i lati, i quali solcano profonde differenze, quasi morali: di qua, dove stanno i piedi, ci sono i francofoni, i belgi, e quella Francia di Alsazia e Lorena scorticate dalla storia. Dove arrivano le mani e dove gli occhi hanno fissato per tutta una vita stanno i Germani, quelli veri, prima i barbari della Sassonia e della Pomerania, poi il rigore del Brandeburgo e Berlino. I ponti gettati verso Est da quei romani intenti alla conquista dei barbari sono compensati dall’enorme presenza di chiese (ben sedici) in stile romanico e gotico, tutte rivolte ad Occidente. A ben guardare la città è dunque percorsa da un tessuto storico, tuttavia concreto, di direttrici opposte che tendono a destinazioni differenti e in esse vedono specifiche liminarietà […]Tutto ciò potrebbe portare ad immaginare questa città di frontiere (perché di ciò si tratta) come un nugolo di diffidenze, di occhi frontalieri e sguardi severi. Niente di più contrario. Colonia sembra aver tratto dalle sue mille peripezie l’estrema lezione dell’apertura, dal momento che forse, non c’è nulla di più aperto che un muro sfondato, come accadde proprio in questi luoghi nel V secolo d.C., o nel 1989 quando il crollo di un altro Muro pose fine alla RFT con capitale a Bonn (oggi praticamente conurbata in un tessuto continuo di strade e trasporti con Colonia). In un momento storico dove il muro sembra innalzarsi a concetto iconico, a principio esistenziale di un divisorio pro e contro, ad essere, per dirla con Caproni (o Dante, se preferite), un enorme Muro della Terra, è da una città come questa che si coglie il valore storico dell’apertura. Qui, infatti, dove le barriere esistenti sono state abbattute con forza, il sincretismo umano si è realizzato a pieno in un clima di che pare suggerire a questa modernità la possibile realizzazione dei principi che sbandiera, ma che difficilmente pone concretamente in essere.

Davide Profumo
Davide Profumo
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