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(non) rileggere Gadda

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Non ho più avuto il coraggio, da ormai tanti anni, di riprendere in mano e di rileggere i romanzi e i racconti (o le invettive) di Carlo Emilio Gadda. Non so perché, non riesco a chiedermi la ragione di questo distacco da un autore che invece amavo così tanto, da quella sua lingua esplosiva e acida, da certi racconti dell’Adalgisa che avevo riletto fino a stancarmi, da alcune pagine della Cognizione che mi pareva di avere scritto io stesso, dall’Incendio di via Keplero che mi divertivo a leggere ad alta voce ai miei amici di università, studenti di altre facoltà, per lasciar uscire da quella scrittura tutte le scintille nascoste che conteneva.

 

Non ho più avuto, da almeno vent’anni, il coraggio di rileggere Gadda, ma in questi giorni un paio di post sul web me ne hanno fatto tornare la voglia. Il primo parla della nuova edizione di quello che io consideravo, senza esitazione, la sua prova maggiore, La cognizione del dolore, sarcastica e disperata, corrosiva e però dolcissima. E leggendo la recensione, forse capisco anche il perché, di questa voglia che vorrebbe ritornare:

 

Quella della Cognizione è una plaga densissima di bagliori iridescenti, di buchi neri (“il male che risorge ancora, ancora e sempre, dopo i chiari mattini della speranza”), di smagliature, con un ordito prepotente e spudorato di confessione e marginalità, di spietatezza autobiografica, con la precisa e irredimibile nettezza di indicare i colpevoli: anzitutto quell’Io, “pidocchio del pensiero”, al centro di una celebratissima invettiva … una radiografia dell’oltraggio, la Cognizione del dolore. Conoscere è, come di consueto per Gadda, infrangere dolorosamente un tessuto omogeneo. C’è una prosa assai famosa, Anastomosi, raccolta in Verso la Certosa, nella quale lo scrittore in persona, prima di sottoporsi a un intervento chirurgico, chiede di poter assistere a un’operazione analoga che l’équipe medica svolge su un altro paziente. Un lavoro di routine diviene così formidabile metonimia di una smania conoscitiva che crea fenditure sulla realtà. Il dolore della conoscenza/cognizione è più di un argomento: è il soggetto dell’incisione gnoseologica; si conosce sempre il dolore, perché è esso al termine della corsa dei nervi; il dolore è la sostanza stessa dell’epidermide che si deve tagliare.

 

Il secondo post non parla proprio di Gadda ma a un certo punto lo nomina: e nel momento in cui lo nomina (questo mi ha colpito) io ho creduto di capire quello che il post voleva dire. Il post di Nunzio La Fuaci si concentra sul nostro uso e abuso del pronome Io, sull’uso e abuso che se ne fa nella scrittura dei romanzi contemporanei, sulla stanchezza che mi dà, sempre più spesso, ritrovare l’autore e i suoi parenti e amici dentro i romanzi che vorrei leggere e che poi, appunto, non riesco a finire di leggere. Così:

 

L’espressione è infatti sempre sotto il segno della prima persona. Diversamente, non si potrebbe. Aprire bocca, prendere in mano una penna o (in epoca tecnologica) le comparabili attività sono anzitutto dire “io”. Dire poi ciò che si ha da dire (ammesso appunto lo si abbia). Eleganza, discrezione imporrebbero allora alla prima persona di non insistere troppo, esprimendosi, sopra la propria evidenza, di lasciarla il più possibile implicita, soprattutto quando si pensa di avere qualcosa da comunicare.  Oggi, non ce la fa quasi più nessuno.

 

Ecco, non so se troverò il coraggio di rileggere Gadda nei prossimi anni. A volte penso proprio che non lo rileggerò mai più… troppe cose da fare, troppi altri libri da rileggere, troppe passeggiate da dedicare a guardare il cielo. Però, magari, lo rileggerete voi, magari presto. Mi farebbe piacere, insomma.

Davide Profumo
Davide Profumo
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