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Una cosa bellissima che ho letto oggi sono i commenti a questo post. Prima ovviamente, per capire qualcosa dei commenti e della loro bellezza, dovrete però fidarvi di me: e leggere il post. Il quale è di qualche giorno fa e si pone un problema che anche noi, nel nostro inutile e piccolo angolo di web, ci siamo posti proprio qualche giorno fa: un problema a proposito della poesia e della sua utilità o attualità (o qualcosa del genere… chissà come si dice).

 

Il post, insomma, propone la traduzione di alcune poesie di Larkin, che è un poeta inglese straordinario di cui avevamo già parlato anche qui (ma non sono capace di ritrovare dove…) e di cui potete trovare alcune notizie su wikipedia, o più dettagliatamente e ampiamente su «Nazione indiana». Larkin è uno di quegli scrittori di versi talmente bravi che fanno venire voglia di iscriversi subito a una facoltà di Letteratura, per non smettere di leggerlo. Ma si può leggere anche nel tempo libero se per caso siete medici, vi rassicuro. Nel post trovate alcuni esperimenti di traduzione di sue poesia tentati da Gianluigi Simonetti e Claudio Giunta: e ci sono poesie bellissime come quella (terribile) da cui ho tratto il titolo di questo post. Secondo me sono testi che dovrebbero piacervi moltissimo e per cui potreste trovare cinque minuti di tranquillità, stasera o anche domani. Poi, quando le avrete finite, sarete pronti per apprezzare quello che secondo me è davvero da apprezzare.

 

Perché la bellezza del post, concedetemelo, sta altrove, questa volta. Non nei versi (che pure sono splendidi) quanto piuttosto nei commenti. Dateci un’occhiata, seguite il dibattito, soppesate le obiezioni dei commentatori e le risposte dei traduttori. Forse sarà per voi, come è stato per me, una piccola lezione di attenzione alla parola, ai suoi significati più intimi, agli accenti dei versi e alla loro musica. Un piccolo trattato sulla traduzione che è anche uno dei pochi modi che abbiamo di parlarci, visto che la parola, qualsiasi parola, traduce prima di tutto il nostro sentire in suoni, nella strana speranza che l’altro capisca.

 

È un piccolo e bell’esempio di commento costruttivo, quello a cui vi troverete di fronte. Poi, non posso escluderlo, resterà a me come a voi la sensazione che la poesia continui inesorabilmente a non servire a niente, nonostante i commenti: in tal caso, tirate un bel respiro e leggete due brevissime righe di Paolo Nori, che riporta una bella risposta di Fabio Gea a una citazione così comune da essere diventata stucchevole. Noi qui, sempre nel nostro piccolissimo angolo, pensiamo che abbia ragione Gea.

Davide Profumo
Davide Profumo
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