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non essere eroi

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Mi piace vincere facile, direte. Almeno mi piace oggi, che è il 31 maggio, ultimo giorno di un mese che forse vorremo presto dimenticare, e novantesimo compleanno di un uomo, ma anche di uno sguardo e di un cappello, che non dimenticheremo più, almeno fino al nostro novantesimo compleanno, se ci arriveremo.

Mi piace vincere facile, quindi come a Clint Eastwood, che oggi compie novant’anni, non è mai piaciuto, tanto nella finzione quanto nella realtà. Ma novant’anni sono un passaggio che non può essere taciuto, una linea che non possiamo fingere di non vedere, un numero che fa riflettere e ci fa voltare. E ho letto tanti articoli su Clint Eastwood in questi giorni, alcuni più belli di altri (e se ne aveste letti voi, di ancora più belli, prego, segnalateli, io leggo tutto su Eastwood, ho sempre tempo per lui…). Per esempio è splendido quello scritto da Cesare Catà su uno dei suoi film più eccentrici, I ponti di Madison County. Nel quale articolo (lo trovate qui) a un certo punto si legge così:

L’antieroismo eastwoodiano assume in questa pellicola, senza forzatura alcuna, la forma della tragedia romantica: perché l’amore impossibile di cui si narra dà voce a quella icona dello splendido vinto, del ribelle leale a se stesso, che Eastwood ha sempre descritto con il suo cinema… L’antieroe Eastowood diventa così, in questa pellicola, un cavaliere errante che sconvolge ancora una volta l’ordine costituito, giocando con le sue regole e non con quelle della società; solo che qui non si tratta di far fuori uno sceriffo corrotto o di suonarle al bandito senza scrupoli, bensì di terremotare le norme che regolano i rapporti di coppia istituzionali. E (spoiler alert) deve finire male.

Che è in fondo una sintesi efficace di tutto il cinema eastwoodiano: storie in cui l’eroe si dimostra per quello che è, cioè non un eroe (nemmeno un antieroe, secondo me), ma una persona. Ma proprio per questo, in filigrana, ancora più eroe: perché persona, perché inconsapevole, perché «normale», perché pieno di paura, perché spinto da motivi semplici (l’amicizia, l’amore, il terrore…).

Ecco quindi che ha senso che in tutti questi articoli ricorra, costantemente, una delle parole più antiche che abbiamo a disposizione nella nostra lingua, la parola «mito»; e che in molti degli articoli ricorra anche un’altra delle più antiche parole che sappiamo pronunciare, «tragedia». Così come ha perfettamente senso che che qualcuno (Roberto Bertoni, qui) possa definire Eastwood, addirittura, «il dissacratore più aspro d’America». Sì, lo penso anch’io, per quel che vale. L’ho pensato fin da quei pochi istanti in cui ho visto per la prima volta l’incredibile finale di Flags of our Fathers e ho creduto di capire cosa significasse. E ha ancora più senso che una filosofa come Lucrezia Ercoli (che ha deciso di dedicare a Eastwood l’appuntamento di Cinesophia di quest’anno) arrivi a dire, qui:

Eastwood ha una peculiarità ulteriore: riflette in maniera unica (direi assolutamente filosofica) sul senso della vita e della morte, affronta in modo inedito temi etici complessi che danno da pensare alla filosofia. Eastwood ci pone di fronte alla fatica della scelta etica, atti che sfuggono alle logiche razionali della morale convenzionale. Gli eroi di Eastwood seguono la propria vocazione e il proprio desiderio. Non si rassegnano e scendono in campo, anche se il mondo finirà per travolgerli, anche se subiranno lo scacco del destino, anche se saranno sconfitti, anche se non c’è salvezza. I suoi film tratteggiano con maestria la meravigliosa tragicità della condizione umana. Il nichilismo leopardiano dei suoi eroi è racchiuso nella virtù della “tenacia”: letteralmente, “tengono fermo” il timone nella tempesta pur nella consapevolezza che, alla fine, saranno travolti dalle onde.

Mi piaceva vincere facile, vi avevo avvertito. Anche se, a dirla tutta, con Eastwood si ha sempre la sensazione, il sospetto che non si vinca mai del tutto, che non si vinca per niente facile, che si perda un po’ sempre, che quello sia il nostro destino. E forse ha semplicemente ragione Dario Ronzoni che nel suo breve articolo ha scritto, a un certo punto, così:

Sceso da cavallo e sputato il sigaro, Clint Eastwood ha rimodellato il senso dell’eroismo, elaborando figure dai tratti addirittura esistenzialisti, che affrontano i contrasti senza risolverli.

[Qui c’è un elenco dei migliori cinque film girati da Clint Eastwood; mi trova d’accordo, anche se Richard Jewell, l’ultimo, è bellissimo e forse non può mancare. Ma sicuramente voi ne avete altri da aggiungere, ognuno avrà i suoi. Cinque sono pochissimi, novanta era un numero più adatto.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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