non è vero

Le metafore sono imprecise, anzi: forse capita che più siano imprecise più lascino il segno, si imprimano nella retina e nella mente di chi le guarda (o le ascolta) e determino un racconto della realtà diverso e più tagliente e profondo rispetto a quello che si può fare quando si è invece del tutto privi di metafore.

 

Abbiamo quindi letto in questi giorni che l’artista Banksy è stato a Calais, dove si ammassano i rifugiati siriani alla ricerca di una strada che attraversi il mare e li conduca nel Regno Unito, e ha lasciato alcuni graffiti di sua mano: tra cui uno, molto particolare, in cui viene raffigurato Steve Jobs, figlio naturale di un «immigrato» siriano, con un vecchio modello di Mac in mano, che cerca anche lui rifugio in una terra che lo possa accogliere. Lo stesso Banksy ha commentato:

 

Spesso siamo portati a credere che gli immigrati prosciughino le risorse di un certo paese, ma Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano. Apple è la società più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno in tasse ed esiste solo perché gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere un giovane uomo da Homs.

 

Ho guardato questi disegni di Banksy più volte in questi giorni. Mi sono ricordato di un bel film, che si intitolava Welcome, che parlava dello stesso mare da attraversare. Ho pensato alla canzone a cui più o meno abbiamo pensato tutti. Ho ricordato con un brivido di spavento una fotografia che non molto tempo fa pareva essere diventata l’immagine stessa del limite che avevamo deciso di non superare mai più – e che invece abbiamo di nuovo superato. Finché non ho letto, ieri notte da Massimo Mantellini, che la metafora di Banksy (il bugiardo) è molto imprecisa e che Steve Jobs non era propriamente il figlio naturale di un immigrato siriano: non nel senso che noi attribuiamo oggi alla parola «immigrato» e non nel modo in cui lo sono i rifugiati siriani di Calais, cui il graffito è dedicato. E un po’, lo ammetto, me ne sono dispiaciuto, almeno per un attimo.

 

Ma soltanto per un attimo, appunto. Perché poi mi sono detto che sono proprio le metafore più imprecise quelle che ci spostano le lenti trasparenti dagli occhi (l’acqua) e improvvisamente mettono gli oggetti che guardiamo in una prospettiva un po’ diversa, un po ‘ sfalsata; e ho pensato che sono proprio queste le metafore che ci dicono la verità, e che Banksy lo sapeva bene che stava «mentendo» e che l’arte è anche accettare di dire una menzogna per raccontare tutta la verità (mi viene in mente anche una poesia che attraversava un mare amplissimo e che è tutta, dall’inizio alla fine, una gigantesca e consapevole menzogna; ma proprio per questo è una straordinaria verità, da leggere fino a perdere il fiato, pare a me…). Sono certe imprecisioni a svelarci una verità che abbiamo dimenticato sotto le considerazioni senz’altro più precise, e basta.

 

E insomma, guardate il graffito di Banksy, se volete anche stamattina un mio consiglio e una mia opinione. Racconta un po’ di quello che è il nostro mondo, tanto nel bene quanto nel male. È una metafora davvero imprecisa, come quella del cuore che vede meglio della ragione e un sacco di altre bugie che sul cuore ci hanno insegnato a scuola, le poesie. Mentre voi cardiologi sapete bene che egli, il cuore, è poco più di un muscolo e che la valvola mitralica piuttosto, e che il colesterolo invece, e che le coronarie eccetera. Però, se siete arrivati a leggere fin qui, anche oggi, vuol dire che, lo so, quello che così bene già conoscete non basta nemmeno a voi.

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Davide P.
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