un isolamento
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non così ovvio

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Oggi proprio di libri, sul serio. Quindi di libri da leggere o di libri letti, o di libri che forse avremmo dovuto leggere e magari possiamo ancora farcela, siamo ancora in tempo; e un po’ anche di libri che abbiamo voglia di scrivere. E infine anche di libri rubati, ma questo più avanti, alla fine.

 

Per cominciare invece la prima pagina di un libro a cui devo un pezzetto (forse nemmeno troppo irrilevante) della mia formazione civica e politica, quando ero studente e ci capivo poco ed ero molto più manicheo di quanto fosse il caso (lo sono ancora, però sono più bravo a nasconderlo, diciamo). La pagina la scrisse Corrado Stajano, in un libro che amai a proposito di un uomo che imparai a comprendere; ed è una pagina che riprende esplicitamente una delle più strepitose descrizioni manzoniane, quella sulla peste a Milano; ed è anche il libro che mi pare opportuno consigliare, visto che è in uscita in nuova edizione. E dice così, la prima pagina (e sembra oggi):

 

Le facciate sono state dipinte a nuovo, i tetti sono stati rifatti, gli ottoni sono stati lucidati, la città è un gran cantiere ingombro di gru, di scale, di ponteggi. Le palizzate e i velari coprono blocchi di fabbricati, coi cartelli che avvertono: «Non sostate sotto le impalcature. Pericolo!».
Gli stilisti hanno comprato antichi palazzi, le case di ringhiera sono diventate show-room, le aree di fabbriche dai nomi famosi sono state abbandonate, terra desolata, in attesa di diventare negozi, uffici, supermercati, loft.
È stato ristrutturato il corpo di una città, di un intero Paese, anzi. La grande trasformazione periodica. Ma, se nell’apparenza tutto è mutato, nulla, sotto, è stato sanato e succede così che tra i luccichii delle feste e i mucchi di farina d’oro donati in nome dei santi protettori, si possano intravedere «Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichito gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale!».
Di nuovo la peste. Di nuovo i monatti e gli untori, questa volta untori veri, ben reali, che con ontioni parte bianche e parte gialle hanno imbrattato e incrinato le fondamenta della città. E nessuno, o quasi, s’è accorto del magma putrido che è rimasto dietro le pareti tinteggiate di fresco, sotto i tetti rimessi a posto, a infettare, a lacerare, a insanguinare, a distruggere.

 

Ma, guarda un po’, Alessandro Manzoni troverete citato anche in questa interessante intervista rilasciata da Giulio Mozzi, che parla di libri e di scrittura creativa, di retorica, di luoghi comuni, di giovani che non leggono più o forse leggono ma libri diversi da quelli che noi vorremmo (e chissà se abbiamo ragione o no). L’intervista è interessante, piena di idee e anche di qualche piccola, non inutile provocazione. Vale il tempo di una lettura e di una riflessione, soprattutto per chi fa il mio mestiere ovviamente, ma anche per quelli che hanno figli che stanno in questi giorni cominciando vacanze estive in cui, forse, leggeranno qualche libro (e anche per coloro che sono proprio quegli figli lì, in persona… ciao). Tra le altre cose che dice Mozzi, questa mi è piaciuta particolarmente:

 

La retorica non richiede una didattica, ma un’intera pedagogia. Non si tratta di insegnare ai ragazzi la struttura in tre atti della narrazione o la differenza tra un sillogismo e un entimema o la varietà di accenti di un endecasillabo (e così via): si tratta di educarli, con allenamento costante, alla correttezza del dire (nei primi anni la correttezza è importante), all’articolazione del discorso, alla concezione del discorso come relazione (ovvero: la centralità dell’ascoltatore/lettore), alla scrittura come relazione differita (e quindi: l’ascoltatore/lettore come invenzione da produrre nel testo), e chi più ne ha più ne metta. L’insegnante che entrasse in classe e dicesse: «Oggi facciamo scrittura creativa» commetterebbe, secondo me, un errore pedagogico.
Non ci vuole meno retorica (di quella «discreta, fine, di buon gusto», se possibile) nello scrivere i testi per le vendite telefoniche (l’ho fatto) o i trattati di geometria (ricordo ancora il Morin-Busulini, sul quale studiai al liceo) o i discorsi per una campagna elettorale (lo feci, alle europee del 1985) – che per scrivere un racconto.

 

E infine qualche nome: Charles Bukowski, Jack Kerouac, Chuck Palahniuk, Haruki Murakami, Bret Easton Ellis, Kurt Vonnegut… Che cosa accomuna questi scrittori? Lo scoprirete qui, farete un sorriso e forse vi sorprenderete. Ma non dovreste; se ci pensate bene, secondo me, è quasi ovvio che sia così, non c’è nulla di cui stupirsi.

Davide Profumo
Davide Profumo
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4 Comments

  1. .mau. ha detto:

    manca il link all’intervista 🙁

  2. .mau. ha detto:

    Comunque per me la “scrittura creativa” dovrebbe essere lasciata perdere. Prima si studia retorica (nel senso usato da Mozzi, cioè sapere come scrivere in modo da passare i concetti al lettore), il resto poi verrà da sé.

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