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non basta un fiore

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I tre articoli che ho intenzione di segnalare oggi con un link (ma, ve lo anticipo, uno non è nemmeno un articolo) hanno forse una sola cosa in comune; la quale cosa, se mi si passa quel po’ di azzardo e di fantasia, potrebbe essere una forma di leggerezza, incomprensibile e forse anche involontaria (tutti e tre partono da premesse un po’ diverse, secondo me, anche quello che non è un articolo); una leggerezza che potrei anche definire «anarchica», se voi decideste di avere ancora più comprensione delle libertà interpretative che sempre di più, passando gli anni, tendo a prendermi. E ho come la sensazione che questa leggerezza anarchica, come se fosse un ossimoro (lo è, vi dico la verità, sono profondamente convinto che lo sia), sia un pensiero che gira intorno a queste mie pagine virtuali da molto tempo, non solo da oggi, e non solo a causa degli articoli di oggi (ma uno, l’ultimo, sarà una poesia, già ve l’ho detto).

 

E quindi il primo link, che parla di lavoro, in verità, ma anche di primavera, e di mattine d’estate, e di passeggiate sulla spiaggia all’alba o al tramonto, o nel pieno del sole del pomeriggio, o sotto la luna di notte, quando volete voi, e poi di molte altre cose che è inutile qui nominare, perché forse le conoscete già. E parla, pensate un po’, finanche di rivoluzione:

 

Ammirare la primavera mentre il resto della città ‘produce’ è, per Orwell, un atto rivoluzionario. Ha ragione. Dovremmo farlo tutti. Fermarci e ammirare per qualche minuto i boccioli dei fiori che esplodono furibondi come fiamme.

 

E poi, sempre come atto leggero, c’è un articolo che parla di un libro che parla di camminare. E dice che camminare è un modo di «trovare risposte a domande che non sapevamo nemmeno di porci»; e poi dice anche queste altre parole, a cui proprio non volevo rinucniare:

 

Camminare dà un senso di libertà e dilata ogni attimo: è un’azione lenta e anarchica, soprattutto quando ci si perde e si prende la strada sbagliata.

 

E infine c’è la poesia, che non era un articolo infatti. La quale poesia, pensate un po’, viene addirittura da Giovanni Pascoli, fine dell’Ottocento, uno di quei nomi che fanno tanto scuola dell’obbligo, professoresse noiose, mattine pesanti, altro che leggerezza, altro che anarchia e rivoluzione, la noia e due palle così. E invece… E invece la poesia è questa, leggera come le ali di una farfalla sognata e già scomparsa:

 

A maggio non basta un fiore.
Ho visto una primula: è poco.
Vuoi nel prato le prataiole:
è poco: vuole nel bosco il croco.
È poco: vuole le viole; le bocche
di leone vuole e le stelline dell’odore.
Non basta il melo, il pesco, il pero.
Se manca uno, non c’è nessuno.
È quando è in fiore il muro nero
è quando è in fiore lo stagno bruno,
è quando fa le rose il pruno,
è maggio quando tutto è in fiore.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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