Forse è che le ricorrenze sono un po’ come le caramelle, non lo so, e quindi una tira l’altra, perché sono facili colorate e parecchio zuccherine e si finisce per cascarci dentro assai più di quanto si vorrebbe e dovrebbe; può darsi. Sta di fatto che dopo l’altroieri, quando la ricorrenza ariostesca mi ha aperto una finestra (starei per dire un oblò…) nel cuore, da ogni parte e da ogni scrittura ieri mi si presentava la notizia dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare, che è un po’ come i 400 colpi di un’infanzia mai dimenticata, o qualcosa del genere.

 

E pertanto, insomma, io ci ho anche provato a non parlare del bardo, né ieri né oggi, a fischiettare distratto facendo finta di niente, ma proprio, ve lo garantisco, non è possibile. Perché tutti parlano di lui e tutto mi rimanda, in questi giorni, a versi suoi che mi ricordo, a film che ho visto e che sono tratti dalle sue opere (penso sempre con piacere intellettuale a quello strano Riccardo III con Al Pacino, che vidi una ventina di anni fa in un cinema di Milano che avranno chiuso, ci scommetto…), alle opere che ho letto e che non ho dimenticato. Perché l’unica cosa che io riesco a dire delle opere di Shakespeare è esattamente questa, che (non so perché) non si riescono, nemmeno volendo, a dimenticare, come le ricorrenze letterarie, nemmeno impegnandosi.

 

Per cui, ecco i link, che sono due. Il primo è un ritratto tratteggiato come si deve, finanche un po’ convenzionale, e però perfetto nella sua nitidezza. Il quale dice per esempio così:

 

Dire che Shakespeare è moderno non è certo un’idea moderna. Ogni epoca ha pensato sé stessa come shakespeariana e proprio per questo moderna. Tanto che a volte i due termini si confondono o appaiono intercambiabili. A dire il vero l’unica epoca che non si è detta shakespeariana è stata quella di Shakespeare: quando morì il 23 aprile 1616 e fu seppellito nella chiesa della Trinità a Stranford la sua morte ebbe un’eco poco più che locale. Nessuno propose di deporlo nell’Abbazia di Westminster, né la notizia fece il giro d’Europa attraverso gazzettini o elegie in sua memoria: al tempo era visto più che altro come un rispettabile professionista dell’intrattenimento, un maestro di qualcosa che indubbiamente regalava piacere al suo pubblico ma non conferiva lustro e nobiltà a chi lo faceva.

 

E poi aggiunge anche così:

 

Il fatto è che Shakespeare, a questo punto, potrebbe sembrare un simbolo vuoto, un vascello ora di questa ora di quell’altra idea. In realtà è vero proprio il contrario. In Shakespeare alto e basso si scambiano continuamente di posto, così come destra e sinistra: Shakespeare è l’inventore del moderno perché è l’emblema della mobilità, della circolazione di idee, storie, personaggi, simboli. Non è un caso che tanta della sua fortuna sia legata all’espansione del libro a stampa e alla trasportabilità, economicità e diffusione che ciò comporta.

 

Il secondo link che ho scelto, invece, è più specifico, più obliquo, meno generalista, se si può dire. Parte da un’opera di Shakespeare, La tempesta, e da una mappa che di quell’opera è stata disegnata (e che le mappe siano una delle mie ossessioni, forse lo ricordate…); ma parla anche di molte altre sue opere e pure di qualche opera altrui, e costruisce alla fine un percorso quasi circolare attorno a quei luoghi inesistenti, sempre e soltanto letterari, anhce quando siano reali (come la Venezia del Mercante Shylock, ma noi sappiamo bene che Venezia è da sempre il più irreale dei luoghi reali, ovviamente), raccontandoci un drammaturgo che forse avevamo bisogno di ridefinire anche in tale modo. Così, per esempio:

 

In fondo, come l’Utopia di More, anche quella della Tempesta è un’isola. Un piccolo regno dove è possibile ad esempio immaginare la liberazione dalla dannazione del lavoro. E questo testo fatto di incantesimi e passioni ci racconta di come la scrittura di Shakespeare abbia assunto nel corso dei secoli la potenza generativa del mito. E ci spiega quindi perché, a quattrocento anni dalla sua morte, siamo ancora così immersi nella sua drammaturgia.

 

Però, se avete letto tutto fino in fondo, forse vi siete detti che non basta. Lo so. È il tratto più tipico e comune delle ricorrenze (e anche delle caramelle): che non bastano, che ci vuole altro, che lasciano la mano che gratta la testa insoddisfatta, lo sguardo che ancora cerca qualcosa.

 

E ho anche qualcosa di altro, in effetti, se vi va. Un bel post, quasi un minuscolo trattato sull’onomastica dei poemi del Rinascimento che è anche, nella sua eleganza quasi incantata, un piccolo, stupito disegno del mondo per come è stato e per come non ha mai smesso di essere. Lo ha scritto Paolo Nori, che sta anche raccontando il Morgante di Pulci in prosa contemporanea, come già accadde a Calvino con l’Orlando Furioso (sempre lui, non parliamo di altro, quasi mai…). Inizia così, ed è letteratura, il nostro unico possibile discorso sul tempo che passa e ci lascia qui, stupiti, a celebrarlo:

 

Dopo, ci siamo quasi, ancora una cosa sui nomi, che i nomi, nel Morgante di Pulci, come, in generale, nelle storie di Carlomagno, a me sembrano bellissimi, e strani molto, c’è un passaggio dell’introduzione di Cavazzoni all’Orlando furioso dove si dice che i nomi, Mandricardo, Turpino, Gradasso, Rodomomonte, Sacripante, Rinaldo, Ferraù, Ruggiero, Frontino, Baiardo, Zerbino Brigliadoro, e anche l’ippogrifo e la Durindana, dentro i nomi hanno tutti almeno una erre, «la erre rumorosa e ruggente di cui quasi tutti i cavalieri son dotati, a indicare la loro natura ferrigna» , scrive Cavazzoni, l’unico senza erre è Astolfo, e, secondo Cavazzoni, Astolfo come cavaliere è un’anomalia, più «evanescente e volatile» degli altri, e non è un caso, secondo Cavazzoni, che sia proprio lui a montare sull’ippogrifo e andare sulla luna e trovarci

 

Le lacrime e i sospiri degli amanti,

l’inutil tempo che si perde a giuoco,

e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,

vani disegni che non han mai loco,

i vani desidèri…

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Davide P.
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