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«mi ritrovai»

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È davvero troppo facile, quando si comincia, all’inizio del terzo anno, a spiegare a scuola la Commedia di Dante, spiegare agli studenti che non è necessario supporre che il personaggio che dice «io» nel poema si chiami anche lui Dante, come lo scrittore. Potrebbe chiamarsi Alberto in effetti, nessuno lo chiama mai per nome. È molto facile e utile farlo, perché a quel punto c’è sempre almeno uno studente che fa notare che però c’è un autore che dice «io», che dice «mi ritrovai», e che se l’autore dice «io» dovrà pur significare che quell’«io» ha lo stesso nome dell’autore, che sono la stessa persona, che insomma lo scrittore dice «io» perché è di sé sta parlando… Ma avete già capito: la letteratura è finzione, spiego io, tutto si fonda sulla finzione, sulla proiezione, sulla trasformazione, tutto è metafora, anche quell’«io» è una metafora e continuerà ad esserlo, pure nel momento in cui (64 canti dopo il «mi ritrovai») qualcuno (Beatrice, che non è solo qualcuno…) chiamerà per la prima e unica volta quel personaggio con il suo nome e lo chiamerà «Dante» (aveva ragione lo studente). Ma a quel punto saremo alla fine del quarto anno e avremo tutti già capito (speriamo) che anche Beatrice è soltanto una metafora, di qualcosa di altro che continua a sfuggirci, che indaghiamo con pazienza senza riuscire a capire mai, che per fortuna non abbiamo mai capito.

Di questo mi sono messo a scrivere stamattina, perché nell’ultima settimana ho trovato sul web due ritratti di scrittori che amo e che mi hanno entrambi fatto riflettere su questa distanza, su questo filtro, questo vetro smerigliato che chiamiamo letteratura che fa in modo che l’io che scrive non sia mai l’io che viene descritto sulla pagina, su questa deviazione che è l’essenza stessa del narrare letterario (ed è inevitabile in ogni altra forma del narrare, secondo me: stiamo sempre reinventando una storia, la nostra storia, la nostra memoria).

Il primo ritratto è quello di Emmanuel Carrère. Lo ha scritto Matteo Moca ed è un piccolo ma efficace esempio di come possa essere infruttuosa la ricerca di uno scrittore entro le pagine dei suoi libri, anche quando i suoi libri siano l’esempio perfetto della cosiddetta auto-fiction, anche quando quel particolare scrittore (come fa in effetti Carrère) riempia di sé ogni storia che racconta. Tanto da arrivare (trovate qui tutto il percorso) a concludere così:

Se si volesse allora tornare alla domanda iniziale, ovvero interrogarsi su chi sia Emmanuel Carrère, si potrebbe dire che lo scrittore francese non è nessuno dei personaggi dei suoi romanzi e contemporaneamente è ognuno di loro. Una risposta che potrebbe rappresentare una via di fuga forse troppo semplice, ma che in realtà non fa altro che prolungare non solo la nostra ricerca, ma probabilmente anche quella dello scrittore.

Il secondo ritratto è di una scrittrice che amo ancora di più del francese. Si chiama Agota Kristof, ha vissuto in sé un pezzo importante della storia del Novecento, ha scritto pochi ma splendidi libri. Ed è fuggita dalla sua patria, l’Ungheria, per rimpiangere per sempre la sua patria, lontana per sempre dalla sua lingua madre, l’ungherese, e costretta a essere profuga e straniera entro una lingua a cui non è mai appartenuta, il francese. È un ritratto ancora più bello del primo, lo ha scritto Mattia Madonia (lo trovate qui) e a un certo punto dice così:

I profughi vennero smistati in varie città svizzere. Ad Ágota toccò Valangin, nei pressi di Neuchatel, dove venne assunta in una fabbrica di orologi. Sveglia alle cinque mezzo, portare la figlia al nido, dieci ore in fabbrica, riprendere la bambina, preparare la cena, andare a dormire: per anni fu questa la sua vita. L’esistenza da automa fece riaffiorare in Ágota la nostalgia per la vita in Ungheria, per l’infanzia e il sogno di scrivere: poesie, favole, racconti o diari. L’esperienza in Svizzera divenne presto “un deserto sociale, un deserto culturale”. In fabbrica ogni tanto prendeva un foglio e una matita e scriveva poesie, ma questo non le bastava. Le mancavano i genitori, i fratelli, gli anni giovanili del collegio, quando la meccanicità dei gesti era una costante, anche quando bisognava fingere di esser tristi per la morte di Stalin. Non era sola a sentire la nostalgia di casa. Qualche compagno del gruppo dei profughi decise di tornare in patria, accettando la galera. Altri si uccisero con il gas o sparandosi un colpo in testa. Lei rimase intrappolata in quella “vita contratta”, tra monotone giornate di lavoro e il tentativo di un’integrazione forzata. Adesso aveva carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza, ma il prezzo con cui l’aveva pagato era ciò che aveva perduto. Scrisse: “Come sarebbe stata la mia vita se non avessi lasciato il mio Paese? Più dura, più povera, penso, ma anche meno solitaria, meno lacerata, forse felice. La cosa certa è che avrei scritto, in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua”.

È insomma molto facile cominciare la lettura della Commedia di Dante, durante il terzo anno di scuola superiore, dicendo che l’«io» che attraversa l’inferno non ha un nome perché nessuno lo chiama mai per nome. Succede a tutti gli scrittori, mi pare, continua a succedere. Succede, spiego agli studenti di terza, che tutti abbiano il nostro nome. Ci ritroviamo nella loro selva, che è la nostra selva, si chiama poesia, è un bene che non si possa del tutto capire, e nemmeno spiegare.

Davide Profumo
Davide Profumo
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