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«mi interessava la grammatica»

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Qualche giorno fa, su un social network che frequento meno saltuariamente di altri, ho scritto che l’atto davvero letterario si ha soltanto quando si rilegge un libro, non quando lo si legge. Stavo in realtà parafrasando una considerazione contenuta in uno strano racconto pubblicato da Javier Cercas una quindicina di anni fa (bello solo nelle prime venti pagine, secondo me: questo) e non mi aspettavo di ottenere le repliche intelligenti e sensate che ho ottenuto.

Una di queste repliche, di uno degli interlocutori che mi spingono a non smettere di frequentare i social (perché sono sempre stimolanti, appunto), mi ha scritto di aver letto Se questo è un uomo di Primo Levi una cinquantina di volte. Mi sono fatto il mio inutile conto e ho pensato di averlo letto solo cinque volte, per quanto mi riguarda; e di non essermi ancora stancato. Ma più ancora, quest’anno, ho letto una guida a Primo Levi che mi è sembrata molto utile (visto che è di atto letterario che volevo parlare) alla comprensione letteraria di quel romanzo, che non fu solo testimonianza e che, proprio per questo, secondo me, non possiamo stancarci di rileggere.

La guida è questa, ed è molto interessante. Ma il suo autore, Alberto Cavaglion, ci offre anche una bella intervista sul web, che racchiude così tanti spunti su Primo levi e il suo romanzo da occuparci per un’intera domenica mattina. Penso solo a questa risposta, sugli studi liceali e universitari di Levi, che era un chimico:

A fronte di una prevalenza di travasi poetici e letterari, la chimica passa in secondo piano. Anzi, prima della letteratura entra in scena la grammatica (o meglio i «derivati grammaticali»). Aggettivi, forme e tempi verbali, soggetti e complementi, periodi ipotetici, proposizioni consecutive, interrogative indirette, singolari, plurali costitui­scono l’intelaiatura di Se questo è un uomo. Analisi grammaticale, logica e del periodo precorrono la tavola di Mendeleev nel tentativo di trovare le parole adatte a decifrare il Caos. A proposito del periodo trascorso al Liceo, Levi racconterà in un’intervista: «Ero bravo in latino, il latino mi piaceva molto. Ero un gramaticus, mi interessava la grammatica latina». Erano stati i professori del liceo-ginnasio a dargli quel soprannome: «il professor Coccolo mi lodava per questo, mi chiamava il gramaticus, il latinista».

(Mi piacerebbe che lo leggessero molti miei alunni, ex alunni, colleghi ed ex colleghi, presidi ed ex presidi questo passaggio sulla grammatica; mi piacerebbe poter dire loro, esagerando, che è la grammatica che ci aiuta a non «ripetere mai più gli stessi errori», la grammatica e l’analisi logica, non certo le prediche o i powerpoint in cui scriviamo, durante il giorno della memoria, parlando ahimè di Primo Levi, usandone l’icona sbiadita dopo averlo dimenticato per tutto l’anno, di non «ripetere mai più gli stessi errori», mentre, retoricamente, li stiamo esattamente ripetendo…)

È un aneddoto, una riflessione puntuale, che apre molti squarci sulle pagine del libro. Così come, secondo me, lo è la meravigliosa analisi intertestuale in cui Cavaglion parla dell’emersione di un passaggio del De rerum natura di Lucrezio entro le pagine di Levi (sembra difficile, ma non lo è: l’intervista lo spiega benissimo); o quest’altro, che pare quasi banale, ma che è il motivo stesso per cui non smettiamo più di rileggerlo:

Il libro è da considerarsi un classico, ma non dell’esperienza concentrazionaria. È un libro sulla condizione umana, un essai sur les moeurs, dove si riflette su categorie filosofiche come per esempio felicità-infelicità. Il Lager raccontato da Levi deforma e estremizza le diverse forme del genere umano.

Insomma, lo so: vi sto consigliando un libro che parla di un altro libro e, per farlo, vi invito a leggere un’intervista all’autore di questo libro sull’altro libro, che probabilmente avete già letto più di una volta, e nel farlo, vi dico anche che, se lo leggete solo perché si avvicina il «giorno della memoria» allora non va tanto bene, allora è meglio un manuale di grammatica… Me ne scuso, lo so. Ma vorrei ribadire qui quello che dicevo all’inizio. Che questo è esattamente un atto letterario, secondo me. Questo rileggere e fermarsi e provare a leggere tra le righe di ciò che si è letto, intus legere, e fermarsi e scoprire un mondo dentro una pagina, dentro una riga di quella pagina, dentro una parola di quella riga, la grammatica delle cose, la grammatica del male, la grammatica di noi stessi dentro quella pagina e quel mondo…

Un mondo che forse assomiglia pericolosamente al nostro volto (la grammatica del nostro volto…), ma questa è, come si dice, un’altra storia, raccontata da altri libri di cui racconteremo un’altra volta.

Davide Profumo
Davide Profumo
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