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mendicante

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Non vedo il mare da due mesi, anche se ci abito vicinissimo. Non ho mai fatto benzina, in questi due mesi. Non vedo i miei alunni se non su uno schermo, sfocati. Non entro in una scuola, in un’aula, in mezzo ai banchi di una classe, da due mesi. Mi è arrivata la mail mensile di Google Maps, qualche giorno fa, quella che dice «i tuoi spostamenti di aprile» e c’era un solo punto rosso su una cartina sterminata del mondo, vuota. Non esco dai confini della mia città da molti giorni, come voi. Eppure, in tutto questo tempo, uno dei libri che mi ha tenuto meglio compagnia è stato un libro di viaggio, una specie strana di libro di viaggio, un libro che viaggia dentro l’Italia ma anche dentro un’opera letteraria che non parla solo dell’Italia.

Lo ha scritto Giulio Ferroni, ne abbiamo anche già parlato, e racconta l’Italia attraverso i luoghi citati da Dante nella Commedia. È un libro strano, a metà tra letteratura e viaggio, senza mai diventare letteratura di viaggio; una riflessione su Dante ma anche sul presente, sul movimento ma anche sulla stasi. Ed è soprattutto un libro acuto, che avvicina alla Commedia senza didascalismi e senza facili entusiasmi.

Lo ricordo oggi, su questo nostro minimo spazio virtuale, perché è apparso in rete, a proposito di questo volume (grande, corposo, enorme: come è bello che sia un libro che racconta un viaggio in Italia ma anche un viaggio nella Commedia) un dialogo davvero interessante tra l’autore, Giulio Ferroni, e Demetrio Paolin, che ha provato a leggerlo e a intepretarlo (lo trovate qui). È un dialogo molto interessante, con tantissimi spunti di bella intelligenza, ma con questo passaggio che a me ha colpito molto:

Richiamo alla memoria una delle pagine, in cui l’autore visitando una chiesa si sofferma più volte nel descrivere un vecchio mendicante. È una figura assolutamente marginale nel testo, una figura che volendo – in un ipotetico editing – potremmo cassare senza che la pagina ne avesse la minima diminuzione; eppure l’uomo mendico si è imposto alla mia memoria come correlativo oggettivo da cui non posso prescindere. Che cosa ha a che fare con me questo mendicante? Perché la sua presenza ha una funzione perturbante tale da rimanere vivida per tutto il prosieguo del libro? Credo che la risposta sia nel suo anonimato, quell’uomo non ha nome, età, razza, religione: era la nuda vita umana che si metteva in mostra; era l’umano, che fuggito dai luoghi, spazzato via dall’occhio indagatore dello scrittore, si è coagulato in un’unica apparizione prepotente. Quell’uomo è l’argomento del libro, e con maggiore pertinenza potremmo citare Dante quando per definire il tema della Commedia scrive: «Subiectum est homo». Il mendicante accovacciato fuori dal sagrato di una chiesa è l’immagine più esatta della nostra attuale condizione. L’Italia di Dante è almeno apparentemente un viaggio fisico, uno spostarsi lungo le strade e le provinciali italiane, ma è in accordo con il poema dantesco un viaggio in interiore hominis, in cui non è necessario porsi un limite, una meta finale o un approdo, perché si è simili al povero mendicante, che nel suo stare fermo e immobile simboleggia con chiarezza il nostro destino di pellegrini.

Mi sono sentito così, in queste settimane. Mi sono sentito mendicante del mio tempo e dei luoghi che mi circondavano e che non potevo vedere; mi sono sentito mendicante dei miei ricordi e dei miei affetti, spesso lontani, non raggiungibili se non attraverso la tecnologia, ho benedetto la tecnologia ma forse (sempre più lo credo) dovevo maledirla… Mi sono sentito fermo, mi sono sentito immobile, mi sono sentito prigioniero.

E forse anche voi vi siete sentiti così, come me. Magari soltanto in qualcosa, magari soltanto a tratti, non lo so (lo spero, per non essere solo). In tal caso vi farà piacere leggere questo bellissimo dialogo tra Giulio Ferroni e Demetrio Paolin, che vi sto segnalando. E vi farà piacere leggere il bellissimo libro di Ferroni (è come un libro di poesie: si tiene sul comodino, vicino a una poltrona, lo si apre un po’ a caso, ogni giorno, e ci si trova ogni volta un’idea nuova, un luogo diverso, un paesaggio inedito), sull’Italia e su Dante, che lo ha generato. E vi sorprenderà, come ha sorpreso me, arrivare alla fine del dialogo e scoprire che anche Demetrio Paolin è stato in qualche modo quel mendicante, fermo e chiuso, come noi, come me, come tutti. Che da fermi stiamo viaggiando alla ricerca di qualcosa che non è fuori.

Davide Profumo
Davide Profumo
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