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Medico, te dico paziente

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Di Gian Luca Favetto

Ho davanti agli occhi una fotografia aerea della mia città e mi sembra di vedere chiaramente che cos’è una città.

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La città è una cellula. Come la mia, lo sono tutte le altre città. Le città sono cellule così come le cellule sono mappe.

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Una mappa è il racconto di un luogo, il resoconto di una esplo-razione, la presa di conoscenza e l’illuminazione di coscienza di un luogo. Ne è la sua decifrazione e traduzione in un’altra lingua, in un altro linguaggio.

Ma il luogo -anche quello più naturale e incontaminato al mondo- è le persone che lo abitano, lo attraversano, lo curano, lo modifi-cano, lo architettano, lo guardano, lo fanno esistere.

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Il luogo, che pure di suo è, lo fa esistere l’uomo con lo sguardo. Guardare è fare esistere i luoghi, gli oggetti. Esserci nei luoghi è fare avere loro una storia. Raccontarli, poi, è farli durare, farli vivere anche oltre le loro dimensioni fisiche.

È questo che accade con le storie. Le storie sono la materia di cui è fatto l’uomo. Di cui è fatta la vita. Non c’è vita senza storie, che sono -insieme- il sangue e l’ossigeno di tutto il Vivente. Nonché la cosa più vicina a quella che noi chiamiamo anima, se pure un’anima esiste. Se esiste, è certo che deve essere una storia.

“Storie, storie, storie: per me non esiste altro”, diceva Bernard Malamud, straordinario scrittore americano di origine ebraica, autore di Prima gli idioti, Le vite di Dubin, Il commesso.

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Per spiegare questa dichiarazione apodittica, aggiungeva qualche altra frase piena di fiducia. Si diceva certo che le storie ci accompagneranno finché esisterà l’uomo. Su che cosa basava questa sicurezza? Sui bambini. Sull’effetto che le storie hanno sui bambini, diceva. È grazie alle storie che i bambini capiscono una cosa basilare: il mistero non ti uccide, non ti ucciderà. Grazie alle storie i bambini, e quindi gli uomini, scoprono di avere un futuro, sosteneva Malamud.

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I libri è questo che fanno, la letteratura è questo che fa, ed è questo che fa la scrittura: guarda in faccia il futuro e gli fa indossare gli abiti del presente. È sempre un’archeologia del futuro, quella che intravede. Mette insieme passato e futuro per dire il presente: è questo il suo destino, il suo cammino, la sua destinazione, cioè la sua propria azione nel campo del destino, poiché la letteratura contiene il tempo, il nostro tempo – il tempo di chi scrive, il tempo di chi legge, il tempo dei personaggi, tutto nello stesso tempo, li mette in comune.

La letteratura è un immacolato crocevia del tempo, dei tempi. Fatta di passato, racconta il presente e fornisce futuro.

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Che cos’altro sono, se non riserve di futuro, l’Amleto, il Don Chisciotte, L’idiota, Il rosso e il nero, l’Ulisse, Tenera è la notte, La luna e i falò, Cent’anni di solitudine, persino L’Infinito, Foglie d’erba e Ossi di seppia? Che cos’altro è una biblioteca, se non futuro immediatamente spendibile?

Non per niente esiste l’Aleph, di cui ha raccontato Borges, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli: anche questa è un perfetto riassunto, una perfetta metafora di letteratura. È il principio della letteratura. L’inizio dell’alfabeto, che è la Legge delle leggi.

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Eppure, non è l’alfabeto l’inizio della letteratura, perché non è l’inizio della vita. Tutto comincia dallo sguardo. E dall’ascolto. Anche per le storie che si raccontano. Se non c’è sguardo o ascolto, non c’è sentire, non c’è possibilità di sentire. E se non c’è sentire, non c’è racconto, non c’è scrittura.

Senza sentire mancherebbe molto di più, probabilmente mancherebbe la vita. Ma qui mi occupo di letteratura. La vita è in mano ad altri, ai medici, per esempio; la letteratura è in mano agli scrittori e ai lettori, quasi in parti uguali.

Qui mi occupo in breve di quella particolare scrittura che fonda la letteratura. E come possiamo definire quella particolare scrittura capace di fondare letteratura? Come possiamo riconoscerla?

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Anche in questo caso bisogna avere sguardo e ascolto predisposti a sentire, recepire, cogliere, vivere, vibrare insieme con le cose intorno, condividere. La scrittura che fa letteratura è una scrittura che agisce, che opera, si fa opera, è carne e si fa carne, è mondo e si fa mondo. Si fa il mondo. Lo rifà. Se ne prende cura.

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Ecco, il verbo prendere. Dovrebbe suonare come un campanello d’allarme: prendere. Forse sarebbe meglio rinunciare a prendere. E invece dare: dare cura, avere cura, curare. Condividere, che è alla base della cura.

Con la letteratura, che rima con cura, si può sperimentare la distanza e la differenza fra comprendere e condividere.

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Comprendere non è meglio di capire. Si fa razionalmente. La parola comprendere tiene in sé tutto il prendere. Lo annuncia, lo certifica. Ma il prendere è arraffare, portare a sé, acquisire di là e trasferire di qua, è un atto possessivo, di chi tende a farsi proprietario, di chi assume in sè.

Condividere, invece, si fa insieme, e contemporaneamente. Ed è un lasciare andare, lasciar essere. Il condividere riconosce le divisioni, le individualità, le differenze e le siede tutte insieme alla stessa tavola con pari dignità e pari diritti. È un’azione che spinge a mettersi in gioco insieme.

Letteratura s. f. [dal lat. litteratura, der. di littĕra e littĕrae, secondo il modello del gr. γραμματική (v. grammatica)] – 1. In origine, l’arte di leggere e scrivere; poi, la conoscenza di ciò che è stato affidato alla scrittura, quindi in genere cultura, dottrina. Oggi s’intende comunem. per letteratura l’insieme delle opere affidate alla scrittura, che si propongano fini estetici, o, pur non proponendoseli, li raggiungano comunque)

Al di là delle definizioni -le quali servono solo a comprendere, a prendere con sé, e non a condividere, a fare esperienza insieme-, è evidente che la letteratura, più di un oggetto, di una cosa, di un insieme e forse persino più di un’azione, è un rapporto, una relazione fra le persone. È pura e intima condivisione che nasce dallo sguardo e dall’ascolto e sguardo e ascolto produce attraverso quei simboli e quei suoni che chiamiamo parole, indispensabili alla cura e alla vita, a curare la vita, a condividerla.

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La letteratura insegna a partire dal con. Quasi vent’anni or sono, il filosofo francese Jean-Luc Nancy scriveva che non si può più pensare né a partire dall’uno, né a partire dall’altro, ma bisogna pensare assolutamente e senza riserve a partire dal con. Un ritorno all’antico, alle origini. Non era forse quello che faceva Omero, all’alba dei tempi, raccontando le storie che appartenevano a tutti?

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E però, alla fine, chi dice che i problemi non siano anche nella letteratura, nella scrittura, nelle parole?

Questi piccoli topolini generatori di montagne di scrittura e letteratura che sono le parole non hanno e non creano anche loro parecchi problemi? Non sono forse proprio le parole, indipendentemente da chi le usa, responsabili di assuefazione, comodità inopportune, luoghi comuni, obnubilamento di pensiero, vergogna e falsità?

Probabilmente, a non volerlo ammettere è chi ha paura delle parole, chi lecca il culo alle parole per chissà quali supposte convenienze.

È bene riconoscerlo: le parole hanno i loro problemi e provocano problemi, come tutte le persone e le cose al mondo.

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La parola medico, per esempio. È una parola rischiosa. Illude. Inganna. Fai una pausa al punto sbagliato e medico diventa me dico. Dico me. Sempre e solo me. Sempre e solo io. Io medico rischio di essere uno che si parla addosso, parla di sé tendenzialmente a sé senza considerare l’altro, che è lì nelle sue mani, paziente, più o meno paziente, appeso alle sue parole, dipendente dalle sue mani e dalle sue parole, dal suo giudizio e pregiudizio. Il medico rischia di essere anche un meascolto.

E invece il primo altro di un medico è proprio colui che dovrebbe essere paziente e sopportare, sopportarlo (anche al medico toccherebbe essere paziente e sopportarlo, a sua volta, il paziente).

Il paziente è il tu, non l’io; il te, non il me. Per questo forse il medico, essendo votato al paziente, sarebbe meglio chiamarlo tedico. Dal tedico, e dal conseguente teascolto, comincerebbe tutta un’altra storia della cura.

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Ma, in fondo, aveva ragione Guy Debord, il ribelle della Società dello spettacolo, il più famoso degli uomini oscuri, come si definiva lui stesso, l’intellettuale poeta che abbatteva barriere. Annotava, e vale come epigrafe: “Per saper scrivere occorre avere letto. E per sapere leggere occorre saper vivere”.

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Gian Luca Favetto
Gian Luca Favetto

Scrittore, giornalista, drammaturgo. Collabora con «La Repubblica» e RadioRai. Gli ultimi suoi libri sono «Se dico radici dico storie» (Laterza) e «Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel» (66thand2) scritto con Anthony Cartwright.

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