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manierismi

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Mi concedo una divagazione, per segnalare oggi un link che parla di cinema e serie televisive, lasciando per un attimo da parte il mondo dei libri.

 

Prima di segnalarvi il link, però, mi viene in mente di farvi soltanto una piccola confessione, di natura scolastica (la scuola è il luogo dove lavoro, infatti). Ci sono domande che ogni tanto gli studenti fanno davanti alle quali io vado un po’ in difficoltà, perché so che la mia riposta non chiarirà i loro dubbi; pertanto, negli anni, ho imparato a non dire parole o frasi che mi conducano verso quelle domande. Una delle domande è questa: «Che cosa si intende per maniera?» Ecco, insomma, io lo so, cosa si intende per «maniera» in arte e letteratura; ma poi, quando mi trovo a doverlo spiegare, perché incautamente ho usato la parola a proposito di qualche poeta o di qualche sua opera, vado in difficoltà, mi confondo da solo, mi perdo in uno strano labirinto di parole e di concetti che ogni volta, quasi, mi sorprendono; e in qualche modo so già che non sarò in grado di offrire una spiegazione limpida, efficace, esauriente (per me, almeno). Ma la spiegazione bella c’è naturalmente: ne trovate qui alcune, piuttosto nitide.

 

Un’altra domanda a cui spesso faccio fatica a rispondere me la fanno invece i miei amici, ogni tanto: come mai non ti piacciono certe serie tv come Gomorra o come Romanzo Criminale? E come mai non ti piacciono nemmeno i film come Suburra? Ecco, a tutte queste domande (quella dei miei alunni così come quella dei miei amici) risponde perfettamente un breve ma efficacissimo articolo pubblicato sul sito «Minima&Moralia», a firma di Emiliano Morreale. Lui sì riesce a scrivere e spiegare limpidamente quello che ho sempre pensato e non sono mai riuscito a dire. E alla fine, se avrete voglia di arrivarci, vi avrà dato anche qualche piccolo consiglio su alcuni film che, invece, si possono godibilmente guardare e apprezzare. È un bel post, secondo me, che dice così:

 

Killer che contemplano la fine della vecchi mala, prostitute d’alto bordo dal destino segnato, imprenditori strozzati e strozzini, donne fatali, scassapagliari che pestano i piedi a qualcuno, clan in crisi di leadership. Dialetto gergale, non troppo “spinto”, pronunciabile anche da attori professionisti e magari non del luogo. Come set, ovviamente, Napoli e Roma trionfano. Periferie scappate di mano a grandi architetti, inseguimenti, scene in discoteca, o dall’altro lato alberghi lussuosi con vetrate sulla città, Jacuzzi e cocaina. Battute a effetto, asfalti bagnati e amicizie tradite, drum’n’bass e schitarrate, fotografie bluastre, o con i neri densi. E sceneggiature che tirano tutti i fili, proprio tutti. Il mondo del genere offre già una narrazione, un universo riconoscibile di segni, in cui i dettagli significano da subito qualcosa: gli abiti, gli sguardi, i gesti rimandano a funzioni narrative, e consentono allo spettatore un’acclimatazione, un paradossale “sentirsi a casa”, disinnescando gli elementi troppo disturbanti.

 

[Poi, siccome sono amante delle tradizioni e mi pare che non sia male quella che goffamente stiamo portando avanti (recensioni che finalmente parlano male di qualche libro; libri che è meglio non leggere, altrimenti si diventa un po’ più stupidi…) ho anche due piccole chicche da segnalarvi, a proposito di libri che hanno pure autori di un certo qual nome: qui la salacissima recensione al nuovo libro di Walter Veltroni; e qui la meritata epigrafe per l’ultimo libro di Carlo Lucarelli.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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