Come la proverbiale rondine (che però, proverbialmente, non è sufficiente a farla) anche quest’anno è giunto il consueto rapporto sullo stato della lettura in Italia ad annunciare primavera. E come ogni anno, anche quest’anno la primavera dei libri e dei lettori è stata annunciata cupa e disperatissima: vendite in calo, lettori in calo, librerie che chiudono, cultura che si va perdendo chissà dove, uomini e donne (ma soprattutto uomini, laureati,  tra i 35 e i 44 anni: inquietante…) che non leggono più niente mai, carta che viene mandata al macero, un minuto di sgomento degli intellettuali della nazione (poi si accende alla svelta la tv, che c’è la partita della domenica sera).

 

Tutte cose orribili, figuriamoci. E anch’io avrei voglia di mettermi le mani nei capelli per la disperazione, a leggere questi numeri. Solo che non ho i capelli, purtroppo, avendoli persi tanti anni fa nella stanza di chissà quale casa editrice a correggere chissà quale inutile libro, o in chissà quale aula di scuola a insegnare a gente che oggi è laureata, tra i 35 e i 44 anni, la bellezza della lettura. E allora, in mancanza di chioma, mi limito a qualche innocente considerazione.

 

Per esempio, considero che ogni volta che si leggono questi dati l’impressione palpabile è che la colpa sia comunque degli “italiani”, genericamente. I quali, appunto, non leggono; perché sono ignoranti, caproni o chissà cos’altro. Tanto che amministratori e proprietari di case editrici possono arrivare a lamentarsene come se fosse una grandinata oppure, sfacciatamente, a dichiarare che «gli editori non hanno il compito di educare, hanno il compito di vendere» (Riccardo Cavallero, capo di Mondadori Trade). Solo che poi, a forza di vendere cose brutte senza educare a cose belle, le persone, laureate e nel pieno del rigoglio intellettuale (maschi, tra i 35 e i 44 anni) in libreria non ci entrano nemmeno più e non leggono più niente; magari perché quello che hanno letto prima era brutto, vai a sapere, o magari perché, nel frattempo, con l’unico scopo di vendere, le case editrici hanno inondato di libri inutili e stupidi gli scaffali della libreria in cui una volta quelle stesse persone entravano volentieri. Si chiama lungimiranza editoriale…

 

Ma insomma, perdonatemi l’inutile sfogo e passiamo alle cose serie. Altri meglio di me, in questi mesi, hanno già cominciato a dire queste cose sul web, e le hanno dette benissimo. Penso alle lucidissime righe di Giovanni De Mauro, per esempio, che scriveva solo l’altro ieri:

 

È colpa solo degli altri? È colpa solo di chi non legge, della crisi, della rete? Possibile che non abbia qualche responsabilità anche il livello complessivo dell’offerta editoriale? Possibile che non ci si chieda quali sono, oggi, tutti questi libri che le folle dovrebbero accorrere in massa a comprare e che invece colpevolmente vengono lasciati sugli scaffali delle librerie?

 

Ma penso anche (pur con qualche mia personale piccola riserva sui festival della letteratura e simili) alle parole di Christian Raimo, di pochi giorni fa. O al piccolo ritratto di grande libreria uscito sul blog di perseo67, amaro e verissimo; così come ai tanti, bellissimi racconti che in questi anni un mio amico libraio ha voluto raccontare della sua esperienza in una libreria di uno tra i più ricchi centri commerciali del nord Italia (qui un paio delle sue considerazioni, fino all’ultima, la più amara). Sono link , a mio parere, belli e importanti; spero che in questi giorni qualcuno dei medici “lettori”, per cui scrivo queste righe, abbia la voglia di leggerli e pensarci un po’. Non credo che faranno correre nessuno in libreria, questo no; ma magari faranno venire qualche dubbio ai direttori editoriali delle case editrici. Speriamo.

Davide P.
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