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magari

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Magari non sapete che oggi ricorre il trentennale della morte di Elsa Morante, può darsi, ci sono tante cose da sapere oggidì. Però, ora che lo sapete perché ve l’ho in effetti appena detto, magari vi verrà voglia di leggere (o di rileggere) qualcosa di questa scrittrice che ci stiamo dimenticando in grande fretta (e che era assai più brava del marito, se mi è concessa un’opinione drastica). Io consiglio L’isola di Arturo, magari, che ho amato tanto e che mi fa sempre venire voglia di tuffarmi in un mare che non c’è quando passo vicino allo scaffale della libreria dove è sistemato. Ma magari questo articolo che la ricorda farà venire a voi voglia di leggere (o rileggere) qualcosa d’altro che la Morante scrisse. Io lo spero:

 

La Morante, scrittrice assolutamente coincidente con se stessa, nel suo magnifico e coltivato anacronismo, non è, a differenza del marito, il grande Alberto Moravia, una scrittrice antiborghese: a essere sotto scacco, infatti, non è il capitalismo, ma la realtà in quanto tale. Il suo sgomento, insomma, è, prima che storico, metafisico. Mettiamola così: qualora si provasse a scrivere una storia letteraria del Novecento dal punto di vista dell’invisibile, la Morante avrebbe un posto di preminenza.

 

Magari qualcuno di voi non ha mai letto nemmeno una poesia di Camillo Sbarbaro, non so: può essere, perché Sbarbaro è uno dei cosiddetti poeti minori del Novecento, quelli che a scuola si “saltano”, perché c’è da «fare» Montale (e ci mancherebbe… i due erano pure amici, tra l’altro), e dopo la scuola chi li legge più i poeti? Però, non so, sarà perché Sbarbaro era savonese come sono stato anche io, sarà per il tono dimesso dei suoi versi, sarà per il fatto curioso che era anche uno studioso molto noto di botanica (e in particolare dei licheni), sarà per tutto questo ma io Sbarbaro l’ho sempre molto letto e molto meditato (e devo anche una splendida amicizia alle sue poesie, ora che ci penso). Per cui vi invito a leggere questo post che parla di lui; e magari vi verrà voglia di leggere qualche sua poesia, può darsi:

 

Ecco Camillo Sbarbaro, uno che visse in discrezione e povertà: aveva quattro libri, un tavolo, un letto, non volle mai nessuna comodità nella sua piccola casa di Spotorno, in cui visse, spartanamente, con la massima frugalità, insieme alla sorella Clelia. Era uno che regalava meraviglie per gli occhi di chi sa vedere, per chi sa sentire le cose col cuore, ma anche per chi cerca la verità nuda, un modo spoglio di esistere, senza illusioni. Se andate al Museo di Scienze Naturali di Genova, ritroverete la ricchezza infinita del suo erbario e il suo ineffabile ritratto di uomo, scienziato e poeta “minimo”, vivo testimone del nostro tempo, in costante lotta, tutta interiore, per immunizzarsi dai bla bla, dalle sirene della vita circostante, fino ad arrivare al momento del tacere, al momento del silenzio, da perfetto eremita; eccolo davanti allo spettacolo “minimale” delle poche cose che erano davanti alla sua casa, dove ascoltava il silenzio dell’anima, il silenzio del mondo, l’estraneazione da tutto, da sé e dalle cose, dal presente, dal passato e dal futuro, in una condizione irrevocabile, senza vie d’uscita. Eccolo, dinanzi al suo grande deserto:“Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire// Nessuna voce tua odo //come il corpo, ammutolita// in questo grande deserto“

 

Ma magari non vi ricordate nemmeno (ché troppe sono le cose che vogliono essere ricordate oggidì) di Giorgio Caproni, che è stato uno dei grandissimi poeti del secondo Novecento. Se ne parla in un bell’articolo del Sole24ore e se ne dicono cose belle e interessanti. E non è impossibile, secondo me, che questo articolo vi faccia venire voglia di entrare nella prima libreria che incontrerete sulla vostra consueta strada e di comprarvi il volume di tutte le poesie di Caproni oppure le sue prose, che come dice l’articolo sono davvero molto belle e acute:

 

Per chi volesse ripercorre dall’interno, in compagnia e conversazione con l’autore, le diverse vicende biografiche e letterarie di Caproni, leggere Il mondo ha bisogno di poeti è una necessità e un piacere. Ogni volta Caproni rilutta a parlare di sé, ma poi si decide. Tutte le questioni sollevate dagli intervistatori trovano una risposta: i suoi rapporti con l’ermetismo, il suo “antinovecentismo”, il suo essere un poeta di esperienze comuni, la sua attività di traduttore e di insegnante, la natura della sua religiosità negativa e della sua teologia ironicamente, sconsolatamente nichilistica. Un libro come questo, che raccoglie documenti dal 1948 al 1990, non è facile da riassumere e da recensire. È un libro indispensabile ai critici e ancora più indispensabile a chi sente che la forza di attrazione e persuasione della poesia di Caproni nasce proprio dal carattere dell’uomo, dalla sua bruciante schiettezza. Caproni forse ha superato ogni altro poeta del Novecento, perfino Ungaretti, nella convinzione istintiva che quella poetica è un’arte fondata soprattutto sull’economia di parole.

 

Non è detto che succeda, ma forse uno di voi comprerà e leggerà almeno uno di questi libri, entro Natale. Non lo so, ma magari.

Davide Profumo
Davide Profumo
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2 Comments

  1. stanlio ha detto:

    Io ricordo benissimo che quando lessi La storia di ho avuto la sensazione che ci fosse tutto quello che avevo sperato di incontrare in un romanzo: la “storia” appunto (Italiana della II guerra), i personaggi indimenticabili (useppe), la gioia e il dramma che scandiscono la vita di (quasi) tutti, il linguaggio perfetto e un amore infinito per la narrazione (come usa dire adesso).

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