A volte penso che siano i luoghi a dettare le narrazioni letterarie, come se un autore non fosse altro che il semplice esecutore di un paese o una città. E che sia quindi Buenos Aires a dettare i racconti di Borges, e il cielo di Lisbona a scrivere le poesie di Pessoa, e le vie di Dublino a raccontare la giornata dell’Ulisse di Joyce, e la nostalgia di Firenze a scandire le terzine di Dante Aligheri, e poi il ricordo di Venezia a suggerire a Marco Polo un libro in cui racconta di altre città lontane da Venezia, e infine che sia addirittura l’immaginazione del ricordo che Marco Polo aveva di Venezia a dettare a Italo Calvino Le città invisibili, quel meraviglioso e irripetibile non-libro, in cui la narrazione diventa essa stessa architettura di mutevolissime città.

 

Ha scritto qualcosa di analogo, ma con grande efficacia, Giorgio Vasta in un articolo di pochi giorni fa, che comincia così:

 

  • Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

 

L’articolo serve a presentare tre romanzi che parlano, in vario modo e diversa misura, di Milano; o meglio, che fanno di Milano il centro pulsante del loro raccontare l’Italia e il mondo di oggi. Si tratta di tre storie del tempo nostro e di tre voci italiane che vale e che varrà la pena di seguire in futuro; e si tratta anche di una città che merita, io credo oggi più di ogni altra, di essere raccontata nella sua contemporaneità e nel suo essere ancora in bilico tra diversi destini (provò a farlo a suo modo, inventandosene una periferia livida e suburbana, quasi metafisica ma concretissima, tutta incrociata di tangenziali e centri commerciali, Giorgio Falco, nella bella raccolta di racconti del 2009, L’ubicazione del bene).

 

Racconti di città e città che dettano racconti, insomma: luoghi letterari che diventano ambientazione e strade urbane che diventano narrazioni di uomini di sofferenze e di amori. Nella convinzione, che non può abbandonare mai chi scrive letteratura e di letteratura, che esistano sempre e soltanto paesi e luoghi allegorici. Perché senza allegoria non si dà, in nessun modo, alcun racconto di sé e degli altri e dei luoghi che tutti noi, ognuno a suo modo, viviamo, ricordiamo, sogniamo.

Davide P.
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