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è ovvio

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Lo spunto letterario migliore in cui mi sono imbattuto in questi giorni un po’ stanchi non è uno spunto scritto; ma è talmente migliore degli altri che ho pensato che valeva la pena di agganciarlo qui, comunque, sotto forma di link (eccolo). È l’intervista di quasi mezz’ora che lo scrittore spagnolo Javier Cercas ha rilasciato a Fahreneit, la trasmissione di RadioTre, in cui parla di letteratura poliziesca, di indipendetismo non solo catalano, di città, di bene e di male, di infanzia, di libri suoi e altrui, di titoli ambigui, di Hugo e di Cervantes. È così interessante (e di livello intellettuale alto) che vale la pena di essere ascoltata tutta, fin da principio; ma in particolare nel passaggio in cui Cercas comincia così:

Se tu vuoi conquistare il mondo devi prima conquistare il linguaggio… E i sovranisti [catalani] si sono presi tutte le parole più belle: indipendenza, libertà, democrazia. Bisogna quindi riconquistare questo linguaggio.

Non so se, alla fine della mezz’ora ben spesa, penserete anche voi quello che ho pensato io: che a volte è così ovvio (ma veramente troppo ovvio) l’aiuto che la letteratura ci dà nella comprensione del mondo e di noi stessi, che ci si stupisce che non a tutti sia così ovvio. Mi farete sapere.

Ma forse, essendo per lo più medici, vi interesserà anche un altro spunto, meno letterario e più, diciamo così, meramente comunicativo. È un articolo di giornale in cui si parla dei vostri colleghi virologi. Lo ha scritto Manuel Peruzzo e ha il pregio di riuscire a non essere troppo polemico (lo trovate qui) e a dire con leggerezza quello che molti di noi, da tempo, pensano, di questi vostri colleghi così televisivi (e cioè che il virus è stato un gran male; ma i virologi quasi altrettanto, diciamo). E a un certo punto dice un’altra cosa ovvia (quarant’anni di blob non sono bastati…), così ovvia che forse ai vostri colleghi esperti di virus nessuno ha ancora pensato di spiegarla in parole chiare:

Il punto forse è che quando accetti di diventare un personaggio televisivo può capitare che la tua opinione sia messa sul piano orizzontale con quella di un cantante o un presentatore, e smetti d’essere “solo” un esperto. E non ha più senso pretendere d’essere un autorevole luminare. Sei un nano e ballerino come tutti gli altri.

Ma c’è anche Dante, naturalmente. Perché se ti infili nell’anno dantesco non è che puoi pensare di uscirne dopo qualche mese, per stanchezza o per abitudine o per pazienza finita. No, è ovvio, l’anno dantesco dura un anno, come ogni altro anno, ti devi rassegnare. E quindi, nella nostra umana rassegnazione, mi piace segnalarvi ciò che ha scritto Marco Grimaldi a proposito delle «clamorose» scoperte dantesche, ottime per i titoli dei quotidiani on line, e contemporaneamente dei lavori lenti della critica, che daranno alcuni importanti frutti proprio in questi mesi, nonostante (scusate) le celebrazioni. Perché c’è una bella differenza tra le esigenze dell’effimera attualità e gli studi seri, che (quanto è ovvio) hanno bisogno di tempi molto lunghi. Potete per esempio leggere qui:

Gli anniversari sono un’occasione straordinaria. E lo è anche il centenario dantesco del 2021. È ragionevole, quindi, che gli studiosi vogliano fare notizia; ed è del tutto comprensibile che un annuncio come quello del presunto ritrovamento pavese possa risultare appetibile per i giornali e la televisione. Ma la vera notizia del 2021 è che sia prevista la pubblicazione di due edizioni della Commedia frutto di molti anni di lavoro e che di tanto in tanto vengano fuori dei nuovi frammenti dell’opera più letta e più copiata della letteratura italiana.

E infine ci sarebbe ancora un’ultima cosa ovvia, forse quasi inutilmente ovvia. Riguarda i libri e la nostra editoria e quello che troviamo in libreria e quindi anche quello che decidiamo di leggere o non leggere. Ci dice che i libri sono rappresentazione del mondo, è ovvio; e come tali ritagliano qualche pezzo di mondo e lo offrono alla nostra vista; ma ne lasciano fuori parecchio, tendono a dimenticarlo e magari lo dimentichiamo anche noi.

Per esempio, dice Alberto Prunetti in un terribile post che potete leggere qui, nessuno parla del mondo operaio. I libri sul mondo del lavoro non interessano più a nessuno, la vita operaia non fa storia, non ha nessun appeal, non si vende e non si compra; perché, è ovvio, gli operai non esistono più, non sono più reali, non sono quindi più nemmeno personaggi. Anche questo è letteratura, in realtà: scegliere quale porzione del mondo vada raccontata e letta, e raccontare solo quella, selezionare la realtà, decidere che cosa passerà la cruna e cosa no.

È ovvio, mi direte voi, la letteratura è anche (come la medicina) cosa umana, con tutti i limiti e i difetti e le miserie delle cose umane; e avrete ragione. Anche se a volte ci sembrava di più, anche se ci è capitato di sperare meglio.

Davide Profumo
Davide Profumo
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