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l’orgoglio di suo padre

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Prima di consigliarvi un libro che ne parla e che dice quello che altrimenti sarebbe (per me) impossibile da dire con parole di uomo, vi rimando a un bell’articolo, che in qualche modo può servire a farci venire voglia di leggere ancora quel libro. L’articolo lo trovate sul «Post», fu pubblicato il giorno 11 luglio del 2015 e inizia così:

 

La mattina del 12 luglio 1995 il generale serbo bosniaco Ratko Mladic fu ripreso dal giornalista serbo Zoran Petrović mentre rassicurava la popolazione di Srebrenica, una città musulmana in una regione a maggioranza serba della Bosnia. Mladic, circondato dai suoi miliziani, spiegava che a nessun abitante di Srebrenica sarebbe stato fatto del male. Nel video era inclusa anche una breve intervista a Mladic in cui lui spiegava come i suoi uomini avessero portato in città cibo, acqua e medicine per la popolazione locale. Alla fine del video si vedeva Mladic parlare con un bambino musulmano di 12 anni: gli chiedeva di essere paziente e gli diceva che chi avesse voluto rimanere a Srebrenica avrebbe potuto farlo. In quel momento i suoi uomini avevano cominciato a radunare e uccidere tutti i maschi in età militare della città già da 24 ore, cioè dal pomeriggio dell’11 luglio. Nel giro di 72 ore più di ottomila bosniaci musulmani sarebbero stati uccisi nel peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

 

Ma c’è anche un altro articolo, scritto e pubblicato in questi giorni, che ci è utile per dire il disumano e per capire qualcosa di più dell’uomo che l’altro ieri è stato condannato all’ergastolo per avere compiuto, più di vent’anni fa, quando forse pensavamo che alcune cose avessero per sempre smesso di essere compiute (ma non era il caso di pensarlo, naturalmente), ciò che le parole degli uomini faticano a dire. L’articolo, scritto da Jacopo Zanchini, dice a un certo punto così:

 

“Ovunque c’è una tomba serba, la terra è serba”, affermavano i teorici del nazionalismo… Il generale [Mladic, appunto] è stato l’esecutore materiale del disegno di Milošević della Grande Serbia, cioè di quel progetto (tragicamente fallito) di riunificare tutti i serbi in un unico stato. Il che prevedeva di annettere anche i territori della Croazia e della Bosnia Erzegovina dove vivevano anche dei serbi. Per farlo, secondo Milošević e Mladić, bisognava “ripulire” queste zone – in particolare quelle al confine con la Serbia – per avere la continuità territoriale, attraverso una campagna di sterminio, deportazione e terrore contro i non serbi. La morte dei civili o l’espulsione delle popolazioni durante la guerra in Bosnia Erzegovina non erano un danno collaterale: erano il principale obiettivo del conflitto.

 

E infine il libro. Perché non è raro che la letteratura (grazie a parole che si spingono ai confini del dicibile) riesca a raccontare la storia ancora meglio dei libri di storia, succede. E questo libro, che si intitola La figlia ed è stato scritto qualche anno fa da Clara Usón, rappresenta uno di questi casi, ne rappresenta un episodio felicissimo, per quanto riguarda la scrittura, e infelicissimo, per quanto riguarda la storia che racconta. È il libro con cui, secondo me, sarebbe giusto in questi giorni ricordare chi sia stato Ratko Mladic, se ancora non lo avete letto. E le parole con cui viene presentato questo libro dal suo editore sono ancora oggi le migliori a cui si possa ricorrere per parlare di ciò di cui è quasi impossibile, ancora oggi, parlare:

 

Ana è una ragazza estroversa, allegra, brillante. È la migliore alunna del corso di medicina a Belgrado, è amata dagli amici, è l’orgoglio di suo padre, il generale Ratko Mladić, che lei ricambia con una devozione assoluta. Un viaggio a Mosca è l’occasione per passare alcuni giorni in giro per una grande città con il solo pensiero di divertirsi. Invece al ritorno Ana è cambiata. È triste e taciturna. Una notte afferra una pistola, quella a cui il padre tiene di più, e prende una decisione definitiva. Ha solo ventitré anni. Cosa è successo a Mosca, tra corteggiamenti e feste, in compagnia degli amici più cari? Nelle allusioni e nelle accuse dirette Ana ha intravisto nel padre una figura spaventosa. Quello che per lei è un eroe e un genitore premuroso, per tutti gli altri è un criminale responsabile dei maggiori eccidi del dopoguerra: l’assedio di Sarajevo, la pulizia etnica in Bosnia, il massacro di Srebrenica. Crimini che lo porteranno a essere accusato di genocidio, in un processo che dopo una lunga latitanza ha avuto inizio nel maggio 2012…

Davide Profumo
Davide Profumo
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