l’invenzione dell’io

Credo che valga la pena, per voi che avete avuto il coraggio e la pazienza di seguire i post che scrivo su queste pagine virtuali da qualche anno e che quindi, secondo me, siete ben allenati almeno alla pazienza, credo seriamente che valga la pena prendersi mezz’ora e dedicarla a uno degli scrittori meno amati e meno studiati della nostra storia letteraria (che forse è anche il più importante degli autori della nostra storia letteraria, per tantissime e mai abbastanza comprese ragioni). L’autore è Francesco Petrarca, di cui già altre volte ci è capitato di scrivere (male male, lo so, me ne dispiaccio, meglio di così non so proprio fare) (e pensare che ancora l’altroieri, proprio su queste pagine virtuali, lo abbiamo per l’ennesima volta cripticamente citato, chissà se qualcuno se n’è accorto…)

 

Ecco quindi che quella mezz’ora potrebbe essere oggi, per esempio. E potrebbe prendere spunto da questo post molto bello e impegnativo (e pure coraggioso) di Roberto Contu, che prova a immaginare come si possa affrontare la lettura di Petrarca e della sua opera in una scuola tecnica e professionale, cercando di capirci qualcosa, di provare a farlo, di non rinunciare programmaticamente alla poesia “difficile” per dedicarsi ad altro (altro che, lo dico sapendo che è soltanto opinione mia, altro che sarà senz’altro inutile e superfluo e dimenticabilissimo).

 

Ma in realtà Contu parte da Petrarca per arrivare anche più in là, più nel profondo di noi stessi e del nostro rapporto con la letteratura e con la parola e con la bellezza. È anche per questo che vi ho chiesto mezz’ora. Perché quando sarete arrivati alla fine del suo bel post (e importante e coraggioso post) forse potrete condividere quello che lui scrive più in generale sui libri e sulla poesia. E forse, allora, potrete convenire con me (e con lui) che si tratta di parole decisive, sulle quali abbiamo bisogno di essere d’accordo, se vogliamo ancora leggere testi importanti e fondanti. Altrimenti possiamo dedicarci a parole dimenticabilissime e superflue, non c’è niente di male, purché lo si sappia, purché non si rivendichi di fare altro.

 

(E possiamo anche decidere, legittimamente come facciamo da secoli, che i libri sono soltanto il nostro ingombrantissimo status symbol: non saremo i primi, e nemmeno saremo gli ultimi, se è giusto quello che ho letto oggi qui.) (E grazie a S. per la preziosa segnalazione)

 

Tra le cose che Roberto Contu arriva a dire nel suo coraggioso (e importante) finale c’è per esempio questa, se volete un’anticipazione:

 

… mi si consenta di affermare come per fare Letteratura occorra tornare anche a studiare e amare seriamente la Letteratura e la sua esigenza vitale di essere trasmessa. Solo a partire dalla riscoperta perenne della bellezza di ciò per cui abbiamo deciso di spenderci per una vita lavorativa intera, riusciremmo forse a innescare tutto il meglio delle strategie, dell’inventiva, della credibilità che porta al successo di un dialogo didattico. E che la bellezza della Letteratura nasca per noi insegnanti dallo studio perenne e continuo, questo non può essere taciuto.

 

Ma l’anticipazione non vi basti, ve ne prego. E andate di là a vedere come si può leggere Petrarca oggi e cosa da lui e dalla sua poesia si può imparare e come. E sarà, secondo me, come aver imparato qualcosa di noi stessi, del nostro cosiddetto io; quello che Petrarca, secoli fa, inventò.

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Davide P.
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