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l’inspiegabile

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Da molti anni, da quando ragazzino ho cominciato a sentire nelle parole di alcune canzoni gli stessi accenti e le stesse interrogazioni che trovavo nei versi di certe poesie, ho provato (con la modestia delle mie risorse) a indagare il rapporto tra canzone pop e poesia, nel senso più alto che questo termine riusciva per me a possedere; tra Orazio e Guccini, insomma; oppure, se si preferisce, tra Eugenio Montale e Ivano Fossati. C’è un rapporto possibile? E con quali differenze? E le differenze sono tali da rendere inutile il confronto?

 

Non ho mai trovato, naturalmente, risposte definitive. Mi muovo a tentoni, accetto temporaneamente soluzioni provvisorie, sapendole tali, a volte fingendo con me stesso e con altri che siano definitive. Ma non lo sono. Mi piacque per esempio quello che scrisse a questo proposito Claudio Giunta, in un suo bel libro di molti anni fa; mi disturbò invece un po’ la scelta dell’Accademia di Svezia su Bob Dylan, perché la trovai perentoria e definitiva, e io resto provvisorio, è il mio destino; mi è molto piaciuto anche un libro scritto di recente da Giulia Cavaliere, che ha raccontato alcune canzoni d’amore come se fossero poesie, riuscendoci bene.

 

E mi piaciuta oggi, sempre provvisoriamente, l’intervista rilasciata da Jacopo Tomatis a proposito del suo più recente libro, che si intitola Stoira culturale della canzone italiana e che mi pare essere molto promettente. Vi propongo quindi un paio di passaggi di questa intervista, perché mi sembra che questo connubio tra le canzoni della cosiddetta musica leggera (è tutta musica leggera, infatti, ma la dobbiamo imparare, infatti) e la poesia pesante (nel senso del peso che le parole hanno, anche), ecco mi pare che sia un connubio su cui dovrò trovare nei prossimi anni altre soluzioni definitive, sapendo sempre che saranno provvisorie (come le montaliane conclusioni, in effetti). Potete leggere qui, per esempio, e avrete già molto su cui riflettere:

 

Ora, non si tratta di dire “ci piace tutto”, ma di sapersi mettere nei panni, e nelle orecchie, degli altri, come forma (anche) di disciplina democratica, senza pretendere per forza che le proprie idee (o i propri ascolti) siano “migliori”, e che tutti gli altri siano una massa di cavernicoli da educare portando loro la famigerata bellezza.

 

Oppure potete dare un’occhiata a questa risposta di Tomatis, che mi pare dica molto di come pensiamo alle canzoni del nostro passato, a come le idealizziamo un po’, a come in qualche modo le modifichiamo con lo sguardo del presente:

 

È un sentimento [la nostalgia] che è ben radicato nel gusto popolare. Poi sì, si crea a un certo punto un ciclo della nostalgia che fa fruire nostalgicamente la musica di ieri, attribuendole dei caratteri ampiamente idealizzati… è interessante che in tempi recenti questo sguardo verso il passato sia diventato la prassi, fino a rendere difficile nell’arte l’immaginazione del futuro, la spinta verso il nuovo, come se tutto fosse già stato detto e potesse esistere solo come parodia, rifacimento. È un’osservazione che faceva Mark Fisher. Che si chiedeva pure: “Senza il nuovo, quanto può durare una cultura?”

 

Ma un connubio è tale se sposa due protagonisti, non una solitudine. E non c’è connubio senza la poesia cosiddetta alta, che forse è semplicemente un po’ più alta di noi, ci costringe ad alzare lo sguardo, forse ad essere un po’ meno temporanei di quello che inevitabilmente siamo. E oggi mi piace proporre, per quanto riguarda la poesia, non un singolo testo ma alcuni (goffi: e bellissimi) tentativi di spiegare l’inspiegabile, e cioè che cosa in effetti sia la poesia (e quindi, forse, anche , un po’, certe canzoni). Li ha raccolti in questo suo bell’articolo Luca Gaviani, zigzagando tra Borges e Jakobson, tra Franco Arminio e Valerio Magrelli, tra Charles Bukowski e Umberto Saba e tantissimi altri, tutti poeti alla ricerca di una definizione che non si potrà mai dare, perché nessuna parola potrà mai spiegare l’inspiegabilità della parola (meno male). E dice anche così, Luca Gaviani:

 

Mi piace però pensare che [la poesia] sia nata la prima volta che un essere vivente si è inchinato a raccogliere una conchiglia non perché servisse a tagliare, cacciare o coltivare, ma solo perché bella. Facendo della poesia un bisogno necessario proprio perché in grado di elevarci oltre lo stretto indispensabile. Insomma la poesia è nata “la notte in cui l’uomo ha iniziato a contemplare la luna, consapevole del fatto che non era commestibile”.

 

Ma non è questa secondo me la più bella tra le definizioni che ha raccolto. È quella di Caproni, secondo me, che non è nemmeno una definizione, che ad esserlo non ci prova nemmeno. Se leggete l’articolo, ce la trovate dentro.

Davide Profumo
Davide Profumo
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