I poeti hanno usato il silenzio o la frammentazione per far provare quel che altrimenti non avrebbe potuto essere detto, come la possibilità di un mondo alternativo o di un nuovo ordine di senso; non essendo in grado di materializzare l’alternativa di cui stanno scrivendo, ne producono bagliori attraverso un collasso premeditato…

 

… è interessante vedere che la poesia è sempre o quasi imbarazzante: le persone sono infastidite, innervosite dalla poesia, anche quando è di buona qualità, forse a causa del rischio che la poesia si prende. La relazione tra vergogna e poesia credo abbia a che fare con la relazione tra essere poeta e essere persona, come se si scrivesse poesia in virtù della nostra umanità.

 

Io non penso che voi abbiate davvero voglia di leggere un’intervista a un giovane letterato americano, autore di almeno un bel romanzo, in cui si parla seriamente di poesia. Non lo penso per tante ragioni: è venerdì, sarete stanchi, c’è un lungo ponte in arrivo, avrete ben altro da fare e/o preparare e/o leggere, la poesia è noiosa, non interessa a nessuno a parte i professori di letteratura dei licei, noiosi pure loro, i libri di poesia non li compra comunque più anima viva (e neppure morta), sono spariti anche dalle librerie, e c’è in ogni caso Guido Catalano che scrive poesie ed è anche più simpatico…

 

Però, nel caso io mi sbagliassi, come di frequente accade, mi pare che l’intervista rilasciata da Ben Lerner sulla natura e il ruolo e la vergogna che suscita in noi la poesia sia davvero un’intervista importante e interessante; e per questo vi ho messo ben due estratti in apertura di post, sperando che, chissà mai, vi venisse davvero voglia di leggere un’intervista sulla poesia (e sulle catastrofi) rilasciata da un giovane bravo romanziere americano.

 

Però magari no, avete ragione; è venerdì per davvero, siamo tutti stanchi, la poesia non interessa, avete senz’altro ragione voi, lo so bene, non insisto. Però, se siete ancora qui e di poesia non ne volete sapere, vi posso consolare con due mappe abbastanza colorate. Una è qui, e parla di migranti; l’altra invece è altrove (non è una mappa, è un grafico…) e parla degli animali che ci uccidono. Insomma, entrambe le mappe (ma una non lo è) mi sono piaciute perché parlano di quelli che noi, in vario modo e con varie sfumature, pensiamo (o abbiamo avuto a volte la tentazione di pensare) che possano essere i nostri nemici, quelli che ci fanno del male. E, ve lo assicuro, sono disegni colorati facili eppure sorprendenti, che rivelano qualcosa di noi e della nostra percezione del male che compiamo e che subiamo (non resta che far torto o patirlo, si diceva…), più ancora che dei nostri nemici; qualcosa di quello che siamo e che ci vergogniamo di essere, probabilmente.

 

La stessa cosa che farebbe splendidamente la poesia, se ne avessimo voglia.

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Davide P.
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