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l’esistenza in bilico

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Ogni tanto ripenso a Ottiero Ottieri. Un po’ per ragioni personali (ebbi con lui un brevissimo scambio epistolare, che considero tra le cose più preziose che il mio studio della letteratura mi abbia concesso in questi anni), un po’ perché mi stupisco di quanto ci sia sembrato facile, a un certo punto, dimenticarci dei suoi libri: di come la sua letteratura industriale, la sua letteratura mondana, la sua letteratura delle depressione ci siano facilmente sembrate «superate», di come le abbiamo volute sentire «superate», di come ci ha consolato considerarle, a un certo punto della nostra vita, «superate». Benché, forse, non fosse esattamente vero: non le avevamo affatto superate, anzi, magari ci hanno superato loro, forse siamo noi quelli rimasti indietro…

Ho quindi ripensato oggi a Ottiero Ottieri e alle poche righe che mi scrisse molti anni fa (e che gelosamente conservo) perché ho letto con gioia (e con il necessario spavento) che sta per essere ripubblicato uno dei suoi libri più estremi e difficili, Il campo di concentrazione, che raccontava in presa diretta non solo la depressione dello scrittore ma anche la sua volontaria reclusione in una clinica psichiatrica, l’incontro con il buio, l’incontro con gli altri malati psichiatrici, depressi, schizofrenici, bipolari, infelici e indifesi, l’incontro con il «male» che non si può raccontare e che qualcuno deve, comunque, provare a raccontare. E che Ottieri descriveva così:

La depressione è un oscuramento di tutto il cielo, che va dai bottoni dei pantaloni all’orizzonte, passando per il pasto imminente, per il pomeriggio, per la serata, per l’indomani, avendo quindi le sue tappe ma nello stesso tempo ricoprendo tutto insieme l’intiero mondo. La depressione ha cadenze e nello stesso tempo è priva di storia. Ha la sua cronaca ed è vissuta come eterna. Dilata lo spazio e il tempo. Dà la paura di vivere, strettamente apparentata con la morte. Tiene l’esistenza in bilico, mettendola continuamente in causa, togliendole valore. Il valore della vita, che dovrebbe essere indiscusso, è discusso.

E ha ragione Mauro Portello, autore dell’articolo che ci avverte di questa prossima importante uscita in libreria (lo trovate qui) a esordire con questa bella metafora per presentare il libro:

Immaginiamo un supermercato in cui sia esplosa una bomba e tutti i prodotti siano stati sbalzati dai loro ordinati scaffali e proiettati ovunque e mescolati in una completa follia merceologica. Come prima dell’esplosione c’è tutto, ma la fruibilità dei prodotti, diciamo, è diventata estremamente complessa se non impossibile. Deve essere così che appare la realtà a chi varca la porta di una clinica psichiatrica da paziente.

Così come aveva ben ragione Andrea Zanzotto (dallo stesso Portello citato) ad avvertire il lettore con queste parole, che faccio mie, come mio fu lo spavento la prima volta che lessi qualche pagina di Ottieri:

Avvicinarsi realmente ad Ottieri è sempre difficile, persino pericoloso…

Ma avvicinarsi ai libri di Ottieri, ho la sensazione, è anche indispensabile. È un modo per chiederci quanto siamo noi rimasti indietro, quanto il mondo ci ha illuso di esserci sbarazzati di certo dolore quando invece era quel certo dolore che aveva annebbiato la nostra vista a e abbassato i nostri sguardi. Perché l’esistenza in bilico, come Ottieri la racconta, è pericolosa ma anche feconda, è terribile ma è anche una possibilità (una delle poche) che abbiamo per riconoscere la barbarie contemporanea, che troppo spesso si presenta a noi con il volto di ciò che è inevitabile.

E insieme a Ottieri, se mi permettete, un altro poeta che troppo spesso pensiamo di avere dimenticato e non leggiamo più e che in alcune cose gli assomiglia. Si chiama Clemente Rebora, soffrì prima in guerra poi in pace, fu depresso, fu solo, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico, trovò in Dio e nella clausura il suo riscatto e la sua (forse) guarigione. Ci ha lasciato testimonianze in versi della sua personale esistenza in bilico che ho sempre trovato meravigliose, folgoranti, fulminee e spaventose. Oggi, siccome le combinazioni felici del caso esistono, ne ho letto una bellissima sul web (qui). È questa, racconta la stessa cosa che raccontano molte delle più belle pagine di Ottiero Ottieri:

Apro finestre e porte –
Ma nulla non esce,
Non entra nessuno:
Inerte dentro,
Fuori l’aria è la pioggia.
Gocciole da un filo teso
Cadono tutte, a una scossa.
 
Apro l’anima e gli occhi –
Ma sguardo non esce,
Non entra pensiero:
Inerte dentro,
Fuori la vita è la morte.
Lacrime da un nervo teso
Cadono tutte, a una scossa.
 
Quello che fu non è più,
Ciò che verrà se n’andrà,
Ma non esce non entra
Sempre teso il presente –
Gocciole lacrime
A una scossa del tempo.

Davide Profumo
Davide Profumo
La mia pagina Facebook: https://it-it.facebook.com/davide.loscorfano

1 Comment

  1. […] Oggi, mi dice Lacomizietta, è la giornata mondiale della salute mentale. Non so se LoScorfano lo sapeva, ma ieri ha scritto un pezzo sul tema delle depressione nella letteratura, in particolare in quella di Ottiero Ottieri. Lo trovate qui. […]

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