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le sbarre della prigione

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Provo a sbirciare per un attimo (ma è solo una pausa temporanea, lo sapete già) fuori dalle sbarre della mia prigione letteraria, stamattina, per proporvi una lettura leggermente diversa, eccentrica rispetto alle mie passioni, forse deludente o inattesa per voi medici che ospitate con benevolenza le mie parole. Lo faccio perché, di tutto quello che ho letto sul web in questi ultimi giorni, il post che sto per suggerirvi è davvero, di gran lunga, il più interessante di tutti, e forse anche il più letterario, anche se non parla né di libri né di poesia né di nulla del genere.

Parla di Cina, invece. Cioè di un luogo lontano che è un mondo lontano che è (almeno per me, ma sospetto anche per altri) un universo lontano e incomprensibile a cui guardare quasi con un’ombra di sospetto. Parla della Cina di quarant’anni fa, questo bellissimo reportage, insieme alla Cina di oggi; e lo fa ripercorrendo le vicende di un documentario girato da Michelangelo Antonioni nel 1978 («nemico del popolo cinese» a causa di quelle riprese) su luoghi che sono mutati rapidissimamente, che oggi si presentano completamente diversi e che pure ancora conservano qualcosa che non è mutato, come succede a tutto ciò che è terreno e umano.

L’ho trovato bellissimo, questo reportage. Ho pensato che ci sono mondi lontani come la Cina che devono essere raccontati a noi (prigionieri delle nostre sbarre occidentali, non solo letterarie) prima che la nostra miopia li renda ancora più lontani di quello che sono, oggetto di un sospetto che dice alcune cose limpide di me, delle mie sbarre. Sono stato contento di averlo letto (non è brevissimo, vi avverto) e per questo lo ripropongo qui con entusiasmo. E vorrei invitarvi alla sua lettura con questo lungo assaggio:

La prima tappa è Linzhou, nello Henan, il cuore rurale della Cina, una città di un milione di abitanti e specchio di un paese in transizione. Linzhou è una città-contea, cioè una città che amministrativamente comprende sia una zona urbana sia una rurale, con diversi villaggi. Non più la “terra di villaggi arcaici e di vita completamente fuori dal tempo” descritta da Antonioni, dove “l’arrivo di un europeo provoca immenso stupore”, ma comunque un posto dove non è raro che si fermi una persona straniera per chiederle un selfie. Ci arriviamo in macchina da Anyang, il capoluogo della regione a tre ore di treno da Pechino, la cui stazione si affaccia su un piazzale dalle dimensioni esagerate. Nell’urbanistica della Cina moderna, la monumentalità continua a essere un elemento essenziale, e la grandiosità espressa da questo immenso spazio vuoto, vietato alle auto e solo pedonale (da tenere a mente quando si ha un treno da prendere carichi di bagagli), si dissolve nella desolazione del contesto. Una strada dritta a quattro corsie che costeggia la stazione la separa da una grande area in corso di “riqualificazione”: i rendering stampati sulla staccionata alta due metri che ne impediscono la vista promettono una città nuova con il cielo blu, grattacieli scintillanti da minimo trenta piani e tanto verde curato dove le famiglie potranno vivere felici come quella sorridente ritratta nel poster, giusto il tempo di finire i lavori. Nell’attesa, in sella a uno scooter parcheggiato lì davanti, una coppia – lui a torso nudo, lei in ciabatte con in braccio un neonato avvolto in un fagotto – aspetta annoiata le jianbing, delle specie di crêpe, che una venditrice ambulante sta cuocendo su una piastra a gas montata su una motoretta.

 E infine (per non abbandonarvi alla pigra tentazione di lasciarperdere) vorrei dire che la cosa più stupefacente (e istruttiva) di questo viaggio in due tempi nella Cina di ieri e di oggi è proprio il paragrafo finale, quello a cui si arriva convinti di avere finalmente capito qualcosa di questo mondo lontanissimo. Vi sorprenderà un po’, se ci arriverete. Vi spiegherà alcune cose di noi stessi a cui forse non avevamo ancora completamente e attentamente badato, come accade con tutti i viaggi, compresi quelli che si fanno sulla carta: che andiamo lontano e restiamo a lungo lontano e poi torniamo e crediamo di avere capito qualcosa di mondi lontani e invece abbiamo soltanto messo un po’ più a fuoco i contorni delle sbarre della nostra prigione. Ed è già molto, in effetti.

Davide Profumo
Davide Profumo
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