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le parole della tribù

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Anche a non amare la poesia; anche a non avere nessun interesse per quello che le eccentriche parole dei poeti possono raccontare di un mondo o di un labirinto o del mondo labirintico che ognuno di noi è, pur senza saperlo; anche a credere che non valga la pena di comprendere i nostri personali sentimenti (questo fa, al suo meglio, la poesia…), perché essere in contatto con ciò che siamo non aiuta a vivere meglio e ad essere felici, perché ciò che conta sono l’efficienza, la ricchezza, le infrastrutture; anche a credere tutte queste cose, che io non credo affatto, anzi che sono perfettamente il contrario di quello che ho imparato a diciassette anni e che non ho mai più smesso di credere, ecco, comunque, anche a credere tutto quello il contrario di cui a cui credo io, a me sembra che il post di Guido Mazzoni che sto per segnalarvi oggi valga i dieci minuti di tempo che userete per leggerlo. Perché parla di tutto questo, ma non solo: perché è un lucidissimo profilo di quello che la cultura oggi può essere, deve essere, è necessario che sia (lo trovate qui).

Ed ecco quindi la premessa, del post di Mazzoni (il quale, peraltro, resta uno dei pochissimi intellettuali che abbiamo in Italia e che sono in grado di dare forma e contorno alle mai spiegate ansie di noi che abitiamo questo paese e questo continente, vecchio ricco e infelice; ne abbiamo già detto altre volte, inutile insistere; ma il suo I destini generali – a Guido Mazzoni piacciono i titioli fortiniani… – resta la migliore presa d’atto della metamorfosi sociale e culturale che stiamo attraversando):

Le generazioni nate dagli anni Quaranta in poi sono culturalmente bilingui. Sono cresciute in mezzo a due paradigmi: il primo, la cultura umanistica tradizionale, lo hanno scoperto a scuola, il secondo, la cultura pop, lo hanno incontrato nell’etere discorsivo della propria epoca. Il primo ha avuto un peso politico diretto fino a quando la società ha conservato gerarchie fondate sull’autorità dei corpi intermedi, cioè strutture di potere di tipo notabilare; ma quanto più si transita da una società fondata sul potere pastorale e sull’egemonia delle élites a una vera società di massa, tanto più il peso politico della cultura tradizionale si attenua. In Italia il passaggio decisivo coincide con la crisi del sistema politico nato nel dopoguerra e basato sulla mediazione dei gruppi dirigenti colti, fondamentali nei grandi partiti del secondo Novecento.

E poi prosegue così:

Se oggi centinaia di scrittori firmano un appello a favore dei migranti, la politica non se ne occupa; se Claudio Baglioni ne parla al festival di Sanremo, allora questo è un evento politico. Nel 2000 centinaia di intellettuali si schierarono per la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo: la politica non se occupò. Poi Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ne parlò al festival di Sanremo e due giorni dopo venne ricevuto, insieme a Bono Vox, dal presidente del consiglio Massimo D’Alema […] Quando nel 2018 il Ministro dell’Interno Salvini provoca Roberto Saviano minacciando di togliergli la scorta o polemizza con lui per la politica sui migranti, è Saviano a rispondere al Ministro dell’Interno usando le stesse forme brevi e spettacolari, adoperando cioè la grammatica di cui Salvini è erede, quella che Italia viene formalmente inaugurata, nel 1994, da Silvio Berlusconi.

Ma più importante ancora è dove va a finire, l’acuto ragionamento di Mazzoni. Perché ci dice cose importanti sulla letteratura ma non soltanto su quella; sulla cultura, ma non riducendola ad affare da museo, da cartolina, da mercato, da turismo, da piacevolezze di vacanza, tra un impegno e l’altro. Ecco qui, per esempio:

Il compito della letteratura non è educare: è dire la verità. Educazione e verità sono attività opposte: la prima occulta le pulsioni che dobbiamo nascondere perché ci sia civiltà e società, la seconda le rivela. Per me è sempre vero, ma lo è soprattutto quando si parla della poesia moderna. In questa forma simbolica c’è qualcosa di profondamente antisociale – per due ragioni: perché il genere divide il singolo dal senso comune e perché favorisce la divisone del mondo in mondi. La «protesta della soggettività che risuona nella lirica» non si rivolge contro la società reificata, come dice Adorno; la protesta della poesia moderna, lirica e non-lirica, si rivolge contro la società in generale: contro le menzogne che ci diciamo per vivere insieme fra estranei ripetendo parole che non ci appartengono davvero, contro il disagio della civiltà. Detto in modo frontale e senza aloni: si rivolge contro la società alienata nella misura in cui ogni società, dal punto di vista dell’io, implica qualcosa di alieno: una limitazione della soggettività, un’uscita da sé. La poesia moderna è il luogo di un conflitto radicale fra la parte e il tutto: lascia parlare l’inappartenenza, il desiderio di non usare le parole della tribù.

E non sarebbe nemmeno finito qui, il post di Mazzoni. Ma è tempo che andiate a leggerlo di là, dove è stato pubblicato, è tempo che i nostri dieci minuti coincidano nella lettura di questo acutissimo saggio, è tempo di provare a dirci appunto la verità. Quello che i libri, per lo più, non fanno.

Davide Profumo
Davide Profumo
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