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le nostre fissazioni

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A volte, penso, è meglio tacere. Soprattutto quando muore uno scrittore che amo e di cui vorrei dire delle cose, penso, è meglio se non scrivo niente. Per paura di sbagliare, in effetti. E per paura che il mio sbaglio sia quello di non parlare dello scrittore che è appena morto, o di cui si celebra la ricorrenza della nascita o della morte, ma di me. Di finire per parlare solo delle mie idee sulla letteratura e sul mondo, usando lo scrittore che è appena morto per dire le idee mie, appiccicandole a lui come si fa con le bandierine del risiko.

Però lo sbaglio è sempre non parlarne. Lo sbaglio, anche nella scrittura come nell’esistenza, è tutto già contenuto nella paura di sbagliare.

E c’è un ricordo di Gianni Celati, che è morto poche settimane fa e che probabilmente riscopriremo a lungo, nei prossimi anni, che leggo e rileggo da diversi giorni, perché mi pare proprio l’esempio perfetto di quello che io avrei paura di scrivere e che invece non bisogna mai aver paura di scrivere. È quello che ce ne ha lasciato Franco Arminio su Doppiozero ed è un ricordo che a me sembra che parli proprio ed esattamente di Franco Arminio e della sua idea di poesia e del suo modo di leggere e pensare alla poesia; e soltanto dopo di Gianni Celati. Quando scrive così, per esempio:

Celati non ha mai scritto quella che comunemente viene definita prosa poetica, ma essenzialmente è un poeta. Lo è nel senso più profondo della parola. In Italia la poesia è stata a un certo punto occupata in gran parte da cuori stretti, spiriti esangui avvinghiati all’esercizio di usare la parola per disincantare il mondo. Poeti a freddo, poeti al chiuso. Celati sa di fresco, è un uomo poetico perché sa di aria, sa di luce. Il poetico, non il gioioso e neppure il disperato, ma forse un particolare intreccio delle due cose, un intreccio ogni volta diverso. Poetico non è il rovistare nel proprio interno come se fosse un santuario. Se c’è un santuario è il mondo esterno. Poetico è il guardare. Celati sapeva che il guardare non è un gesto semplice, è sempre un districarsi dalla passione del guardarsi, in un certo senso guardare è una forma di umiltà e di azzardo, è avventurarsi in qualcosa di meno noto rispetto al nostro corpo.

Che sono cose belle, bellissime; e sono anche cose vere della letteratura di Celati, verissime. Ma soprattutto sono cose vere della scrittura e della poesia di Arminio, e del suo modo di guardare e voler guardare il mondo, sono sue personali fissazioni. Ed è giusto che si scriva così, che si sbagli così, è giusto che si dica di noi attraverso chi ci ha lasciato, è il massimo omaggio che si possa fare a noi e a lui, non bisogna avere paura di farlo. Niente è più nobilmente letterario che dichiarare di aver riconosciuto se stessi nella letteratura dell’altro, che se n’è andato.

Un mio amico scrittore, un siracusano capace di brillante scrittura umoristica, ha detto in un’intervista di qualche anno fa, che ho letto soltanto oggi: «Gli argomenti li ho esauriti, mi sono rimaste le fissazioni».

Ecco, ogni tanto io ho solo paura delle mie fissazioni, nient’altro. E allora evito di parlare di chi ci lascia per la stupida paura di parlare soltanto di me e delle mie fissazioni. Ma è sbagliato: perché una delle cose che fa la poesia è invece proprio quella, nobilissima, di mettere a nudo le fissazioni nostre; che sono anche quelle altrui, di cui tutti abbiamo un po’ paura, e non dovremmo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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