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le nostre domande colte

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Il post che segnalo oggi (tra un po’, dopo che ne avrò fatto la mia solita un po’ prolissa, oltre che naturalmente superflua, introduzione) parla di un libro che sto leggendo e che, pur senza che io ne sia davvero entusiasta come lo è l’autore del post, mi sta molto piacendo e che dunque mi sento di vivamente consigliarvi.

 

Però il post che segnalo oggi ripete, per tre o quattro volte almeno, che il libro di cui stiamo parlando (è questo, lo ha scritto Marco Santagata, che è studioso di letteratura senz’altro tra i più grandi del nostro tempo) è destinato non agli specialisti ma a un «pubblico colto». E io, sinceramente, nutrendo la povera ambizione di essere in qualche modo uno specialista (di queste cose mi occupo silenziosamente da troppi anni per non celarne l’ambizione), per tutte e tre o quattro le volte mi sono sorpreso a chiedermi chi sia davvero questo «pubblico colto». Se esista, insomma. Se ci sia davvero qualcuno, oltre ai miei studenti di terza liceo, poverini, da me costretti, che si pone sulla letteratura medievale le domande che Santagata (e il suo bravo recensore, Daniele Lo Vetere) immaginano che il pubblico colto si ponga: come è possibile che Jaufrè Rudel si innamori di una donna che non ha mai visto? perché il saluto tra Dante e Beatrice è così importante? perché i poeti medievali adoperano lessico e metafore tratti dal rapporto vassallatico? Per esempio, voi che siete medici cardiologi, e quindi indubbiamente pubblico colto, vi ponete mai queste domande? O i battiti del cuore su cui vi interrogate sono soltanto quelli di cui siete, appunto, specialisti?

 

Insomma, vi consiglio il libro e anche la recensione, ma il dubbio francamente mi resta. Ed è un dubbio importante, badate: perché ci chiede se il lavoro letterario che proviamo a fare a scuola abbia ancora un senso o no; se le domande che supponiamo che qualcuno si faccia siano domande vive oppure no; se il pubblico colto a cui crediamo ancora di rivolgerci esista ancora oppure non esista più, chissà da quanto tempo. E quindi, insieme al brano che ho estratto dalla bella recensione, vi lascio anche il mio dubbio, che vi sia di compagnia in questa domenica di lancette di orologi da spostare. Eccolo:

 

Anche la letteratura medievale parla della vita, dice Santagata. Ma leggiamolo:  «non c’è corrispondenza […] tra ciò che poeti e romanzieri scrivono (molto spesso in quanto professionisti, come persone cioè che di quello vivono, un po’ come succede oggi con i cantautori e con gli artisti della musica rock e pop) e le loro reali esperienze sentimentali (pp. 132-133).» “Realtà” e “finzione” sono tra i concetti più instabili di tutta la nostra cultura. Dal dibattito sul realismo non usciremo probabilmente mai. Se solo i lettori molto ingenui pensano che la letteratura sia un immediato rispecchiamento di eventi biografici, è pur vero che alla letteratura noi chiediamo soprattutto di parlare della realtà, ovvero di noi.

 

E poi, per salutarvi e per chiudere (anche se il sospetto che non sia del tutto pertinente è venuto anche a me) questo piccola frase finale scritta da Davide Brullo (che non so chi sia) la quale al suo interno contiene una splendida citazione di W.H. Auden (che sappiamo bene chi sia). È tratta da un post che forse farà un po’ arrabbiare qualcuno; ma anche’esso merita qualche dubbio e una riflessione, a mio parere. La frase, comunque, è questa:

 

La dura verità dei fatti è che, quanto a scrittura, siamo tutti analfabeti. Si è poeti “solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in partenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di fare poesia, forse per sempre”.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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