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le monete false

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Uno dei libri più divertenti e istruttivi, tra quelli che ho letto nell’autunno appena trascorso, è stato senz’altro questo: Meglio star zitti?. Si tratta della raccolta delle «stroncature» (ma è più corretto dire degli scritti militanti, corrisponde meglio alla verità) di Giovanni Raboni, databili tra il 1970 e il 2004, pubblicati in varie sedi, tutte importanti e prestigiose, dall’«Europeo» al «Corriere della Sera».

È stato divertente leggere questo libro, perché le stroncature sono davvero illustri e anche sorprendenti. A proposito delle Lezioni americane di Calvino, per esempio, Raboni parla di «semplificazione astuta e spietata», di «piccole formule elementari, piacevoli, rassicuranti» e di «illusoria, fraudolenta facilità»; a proposito di Ennio Flaiano di «pretenziosità e piattezza», «ingenuità imbarazzante» e quindi, ovviamente, di «eccesso di glorificazione post mortem»; di Pasolini si dice (acutamente) che il suo destino «è stato quello d’essere un poeta in tutto, nella critica come nel giornalismo, nella filologia come nel cinema – in tutto, tranne che nella poesia»; e di Nanni Moretti si dice che il suo cinema «è paradigma di tutto ciò che il cinema non deve essere»… E così avanti, da Borges a Kundera, da Tabucchi a Sciascia, da Arbasino a Bevilacqua, senza mai risparmiare nessuno. (E con una commovente e magistrale lezione su Franco Fortini, di cui non vi anticipo nulla, se non che la trovate a pagina 308: e vale da sola il prezzo del libro.)

Molte volte io non sono stato d’accordo con queste stroncature. Altre volte era fin troppo facile essere d’accordo (ma ci si diverte meno quando a essere stroncata è Susanna Tamaro, è ovvio). Ma sempre ho imparato una cosa (per questo il libro è stato istruttivo): ho imparato che domani o dopodomani i libri che noi avremo oggi stroncato saranno magari degli indiscutibili classici, studiati a scuola, portati come esempio dei bei tempi andati che furono. E ho quindi imparato a diffidare dei bei tempi andati, anche di quelli letterari, anche di quelli passati: perché vale sempre la pena di discutere ciò che ci pare indiscutibile, e valeva la pena di farlo ieri quando i messi in discussione erano Sciascia e Calvino.

E se, a questo punto, uscire, andare in libreria e comprare questo libro, vi paresse troppo faticoso (potete farlo domani, non c’è fretta…) ecco, trovate sul web un piccolo elogio della stroncatura che giunge esattamente a proposito. Lo ha scritto Raoul Precht ed è un articolo meditato e interessante (lo trovate qui), che discute anche le ragioni stesse delle stroncature (come è giusto fare) portandocene poi esempi illustri, da Cervantes a Shakespeare (nell’abito degli stroncati), da Nabokov a Piovene (in quello degli stroncatori). Fino a chiedersi questo:

Stroncare va benissimo, non foss’altro che come azione di sanità sociale e culturale, ma stroncare che cosa? Ha senso sottoporre a brusche reprimende un ottimo scrittore che magari ha sbagliato un libro, come capita? E per converso ha senso attaccare degli pseudo scrittori (che so, un Coelho, una Allende, un Volo, tanto per non fare nomi, o uno dei tanti giallisti italiani e stranieri di riporto) da cui nessuno può legittimamente aspettarselo, un buon libro?

Ecco, Giovanni Raboni credeva di sì. Diceva (nel libro che ho apprezzato e a cui di nuovo vi invito) che «compito della critica dovrebbe essere quello di far risuonare sul banco le monete, per distinguere le vere dalle false». E aveva ragione, parere mio. Ed è anche per questo che amo le recensioni critiche e militanti, i giudizi negativi (perché poi, lo sappiamo bene, le recensioni positive sono fatte dagli amici, in cambio di una passata o futura recensione altrettanto positiva; oppure dagli amici degli amici, che sperano di diventare nostri amici, per avere da noi, in futuro, un’altra recensione positiva; o ancora da un amico di chi nemmeno conosciamo ma spera di conoscerci, e si farà bello con noi di una bella recensione altrui…). Ed è anche per questo che amavo la rubrica di Davide Brullo che ora (purtroppo) non esiste più; e trovo piuttosto inquietante che addirittura una recensione negativa venga fatta sparire dal web, come piccola ritorsione, come ripicca infantile e immatura, degna dei letterati dell’ovvio, tipica delle monete che risuonano false sul nostro banco di lettori (leggete qui, capirete tutto).

Ma c’è una cosa soprattutto che mi ha reso molto prezioso il libro di Giovanni Raboni, e che ancora non ho scritto. Raboni, nel criticare, nello stroncare, non si atteggia mai a uomo che si diverte, non indossa mai il vestito della scorrettezza clownesca, non indulge mai ad atteggiamenti di pagliaccio. Raboni stronca con il petto gonfio, con le braccia ben aperte, con lo sguardo puntato avanti. Con l’atteggiamento di chi non vuole avere paura. Con l’orgoglio della letteratura, che magari sbaglia (in effetti ha sbagliato, secondo me, molte volte e su molti libri) ma che sa bene quale sia il suo dovere intellettuale. E ne va compostamente fiero.

Davide Profumo
Davide Profumo
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