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le inspiegabili

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Se avete bisogno, nella giornata primaverile e mondiale di oggi, di un’intervista che provi a fare quello che è così difficile fare (cioè spiegare a parole l’inspiegabile, il segreto, l’indicibile del poeta), potreste provare con quello che ha detto Walter Siti, lo trovate on line, ci sono spunti importanti e interessanti, tra cui per esempio questo passaggio:

 

… soprattutto nella poesia lirica … vale l’impressione che il poeta “sia parlato” molto più di quanto non decida lui di parlare. Cioè che si senta il trascrittore appunto di una voce che può provenire dall’alto, da Dio, per chi ci crede, o dall’Assoluto naturale, oppure emergere dall’inconscio, per chi nel Novecento si è avvicinato alle teorie freudiane, comunque qualcosa di cui lui non è perfettamente padrone. Per cui la poesia arriva a dire cose che magari il poeta non sapeva di poter dire. In questo momento storico, in cui la letteratura tende a correre dietro al giornalismo, a essere molto controllata e molto impegnata politicamente, quindi molto legata alla volontà, forse è bene non dimenticarsi che la letteratura spesso gioca i propri effetti sull’ambiguità, sulle contraddizioni, sul dire quello che uno non vorrebbe dire o sul dire cose tra loro contraddittorie.

 

O invece, se più prosaicamente (lo so, lo so, l’avverbio oggi è proprio quello più sbagliato…), vi serviva (come mi ha chiesto la gentile dott.ssa Stefania in un commento all’ultimo post) qualcosa che provasse a tenere insieme il ruolo della parola poetica e letteraria e quello della medicina, che è ciò a cui vi siete dedicati, Emanuele Zinato ha scritto uno splendido articolo a proposito del corpo e delle sue malattie in Thomas Mann (e provate a dirmi che La morte a Venezia è solo un romanzo, mica poesia… Io non credo che ci riuscirete). Io l’ho trovato illuminante, spero anche voi. E dice così, a un certo punto:

 

Mann, nella rappresentazione metaforica della malattia, assume dunque come mito letterario la lezione di Nietzsche che condensava nel concetto di “corpo” tutto il rimosso della ragione cartesiana. L’evento della malattia poteva far riemergere il linguaggio del corpo, il più grande dolore poteva provocare il beneficio del sospetto e della folgorazione. Del resto, già nell’Idiota di Dostoevskij il principe Myskin affermava che solo nel momento dell’attacco epilettico, solo nell’istante il cui la malattia si presenta improvvisa e vittoriosa, “si può dare tutta la vita”.

 

E di nuovo, lo avrete notato, si associa la poesia all’inconscio, al non detto, all’irrazionale, all’inspiegabile.

 

Ma se piuttosto è di un libro che avete bisogno, di un libro che parta da una poesia per raccontare il mondo in cui viviamo, per darci qualche istruzione, un libro che sia una specie di mappa della poesia inspiegabile, ecco, io avrei anche un bel libro di cui parlare oggi. Lo ha scritto un bravo critico letterario e parla di Dante in una maniera in cui è assai difficile parlarne; e potrebbe essere un modo per riprendere confidenza (se l’avete persa, come capita, tra un corpo e l’altro…) con la più grande opera in versi di tutto il mondo cristiano, che è il mondo di chi non può non dirsi culturalmente cristiano, cioè il nostro. E nella presentazione che ho trovato qui, di questo libro, potrete leggere anche queste parole:

 

Dalla lettura attenta del poema quindi si può ricavare un’idea di bene “come riconoscimento della realtà (…), del carattere inesauribile e diversificato del mondo”, mentre il male, qui sempre minuscolo, è “sottrazione di realtà” per sé e per gli altri, è chiusura. È bene (e aggiungerei io, utile) accettare l’insensatezza, la carenza, la reale e realistica nostra debolezza di fronte all’esistere, il male morale nasce invece da una cattiva immaginazione, dall’illusione di una stabilità. Amare qualcuno è dargli realtà, scrive La Porta, e lo ripete nel libro quasi con effetto psicagogico, vale a dire lasciare essere l’altro quello che è, senza volerlo per forza cambiare, ritirarsi quando serve per far esistere l’altro giacché solo “ci si salva lasciando che il mondo esista”.

 

Ma forse no. Forse avevate semplicemente voglia, nella giornata primaverile e mondiale di oggi, di una cosa ben più semplice, di una poesia che tenesse insieme le due inspiegabili di oggi, senza spiegarle (perché non si può), parlando di una per parlare dell’altra, magari senza nominarle mai. E io ne ho due, di queste poesie: una recente, una più vecchia. E quella recente sembra precipitare da un mondo lontano, mentre quella più vecchia pare arrivare dal dentro di oggi, dall’immediato e contorto contemporaneo. E anche questo è un mistero poetico, lo so. Quella recente l’ha scritta Franco Fortini e si intitola I lampi della magnolia e dice: «esiste la primavera»; quella più vecchia l’ha scritta Francesco Petrarca e non ha titolo, come nessuno dei testi di quel poeta, e dice: «ogni animal d’amar si riconsiglia». Io le amo entrambe, senza riserve; spero che anche voi le possiate amare un po’.

 

Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.
 
La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.
 
Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.
 
 
Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena,
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.

     Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.

    Ma per me, lasso, tornano i piú gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;

   et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e ’n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.

Davide Profumo
Davide Profumo
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