le cose, lo spazio

Ho sognato, ripetutamente nel corso degli anni, di vivere in una casa senza oggetti, solo pareti (sempre che le pareti, naturalmente, non siano esse stesse oggetti, non l’ho mai capito bene…). Ho sognato di eliminare gli spigoli, gli angoli acuti, i punti in cui lo spazio di frantuma e si spezza, gli scarti che feriscono la carne, le svolte dolorose. Ma era, lo sapevo bene, un sogno impossibile.

 

Senza oggetti non ci siamo nemmeno noi, oggetti probabilmente noi stessi. E lo spazio in cui ci muoviamo esiste in quanto gli angoli e i limiti degli oggetti lo lasciano esistere, non c’è vuoto senza pieno insomma, quella roba lì. Per cui, va sempre a finire così, mi sono nel corso degli anni affezionato ad alcuni imprevedibili oggetti che porto sempre con me, da un trasloco all’altro, da una città all’altra, e nemmeno io so bene il motivo per cui ciò accada. Potrei raccontarvi  per esempio di una tazza con sopra scritto il mio nome di battesimo ma in una lingua straniera e che è perfetta per scaldare liquidi nel microonde; oppure di una maglietta nera comprata tanti anni fa in un negozio di Manhattan, insieme a una ragazza con cui parlai quel giorno lì e poi mai più, anche se viveva nella mia stessa città, in Italia; o anche di un grosso dado di legno scuro, regalo di un viaggio lontano di una parente che non c’è più; o ancora di un attaccapanni brutto, che ogni giorno mi spiega che sono profugo, lo sono stato, lo sono stati i miei antenati, ed è bene che me lo ricordi sempre. Ma sarebbe comunque un elenco incompleto, perché gli oggetti sono tanti, hanno riempito di angoli lo spazio, la mia vita, le giornate che passo ad evitarli per non sentire il dolore dei loro spigoli acuti nella mia carne.

 

E quindi, ecco il post di oggi, che parla di oggetti e che (lo spero) farà venire in mente anche a voi altri alcuni oggetti di cui vi eravate dimenticati e che hanno segnato i confini labili della vostra vita, molto tempo o poco tempo fa, non lo so. È un bel post ed è una bella idea, secondo me: si intitola le cose preferite ed è raccontare i ricordi del nostro passato attraverso le cose che lo hanno popolato. Lo trovate qui, il post sugli oggetti:

 

[Ma prima, perdonatemi, altre due rapide ma (a mio parere) interessanti segnalazioni. Una bella intervista a un poeta contemporaneo, che si chiama Fabio Pusterla, con una poesia inedita alla fine che vale la lettura e anche la rilettura; e dopo, per voi convegnisti frequentatori di tavole imbandite, un piccolo manualetto sulla tavolata e le sue logiche che, io credo, potrà davvero risultarvi proficuo. Buona lettura.]

 

All’età di quindici anni frequentavo una scuola superiore alla Garbatella. La scuola si trovava a trenta chilometri dal quartiere in cui abitavo. Prendi una mappa di Roma, considera il cerchio del Gra e facci sopra un bel taglio che solchi la città per tre quarti, da nord a sud… Ecco, io ripetevo questa laparotomia verticale due volte al giorno, mattina e sera, prima in un verso poi nell’altro. Passavo le infinite ore di viaggio con la faccia incollata ai vetri degli autobus e delle metropolitane, con le diverse forme di paralisi emotiva che ne possono conseguire a quell’età. La mia cura era un oggetto che non esiste più: il walkman…

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Davide P.
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