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le parole della tribù
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le città divise

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Cammino per questa città senza grandi monumenti, senza simboli se non quelli creati dalla storia recente, tra persone di cui non capisco la lingua – eppure qualcosa mi parla. I grandi viali sovietici, poi le strade con i palazzi asburgici, qualche passo e sono tra le basse botteghe e il minareto della moschea.

Anch’io ho camminato per le strade di quella città, alcuni mesi fa. E ho anch’io provato le sensazioni e ho anch’io pensato le contraddizioni di cui ha tentato di scrivere Federica Manzon in questi giorni, nel bel post da cui ho tratto le poche righe di cui sopra (lo trovate qui). E ho anche percorso Berlino con i sentimenti che racconta lei, e ho poi camminato e guidato attraverso luoghi più periferici dei Balcani, cittadine quiete sulle rive di grandi fiumi, e ho di nuovo provato quella identica sensazione che si prova nelle tre grandi città di cui parla l’articolo: che sia davvero quello il cuore autentico dell’Europa e che sia da quei luoghi (dalle discordie e dalla ferocia che li hanno attraversati) che sarà necessario ripartire per capire chi – storicamente, geograficamente – siamo.

Da anni consiglio a tutti di leggere, prima o poi, Il ponte sulla Drina, il romanzo più noto e terribile di Ivo Andrić, quello che meglio sa raccontare la storia della convivenza e dello sfruttamento, della crudeltà e della fratellanza. Da anni consiglio, ai miei giovani studenti che mi chiedono cosa sia stata la guerra della ex-Jugoslavia (come io chiedevo a mio padre cosa fosse stata la guerra nel Vietnam), di cominciare leggendo il libro di Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, che è stato il reportage che per primo mi ha aperto gli occhi su un modo che mi pareva incomprensibile. E da anni, infine, consiglio – a chi ne avesse voglia – di leggere un altro romanzo, di provare un’altra prospettiva sulla stessa guerra e sulla stessa città (città nostra sorella), e cioè il libro di Clara Usón, La figlia, che racconta la storia di quella guerra e insieme quella immaginaria di una ragazza felice e convinta di aver ragione, la figlia di Mladić, il boia di Srebrenica.

Forse, mi dico ripensando alle mie passeggiate in quel luogo di qualche mese fa, non è la Venezia di Marco Polo e di Calvino, la città che tutti cerchiamo mentre viaggiamo, non è un nostro ricordo, non è il passato, non l’immaginazione del futuro, non è una metafora di niente, sarebbe troppo facile e troppo sentimentale. Forse è Sarajevo, la città divisa (come Gerusalemme e Berlino e anche Belfast), forse cerchiamo le cicatrici, i confini, le frontiere, i muri e le divisioni. E spesso, mi pare, ci raccontiamo le storie di queste ferite perché speriamo che raccontarle possa aiutarci, chissà un giorno, a rimarginarle.

Davide Profumo
Davide Profumo
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