C’è un artista italiano (si fa chiamare Blu) che viene considerato tra i migliori al mondo nella sua arte, che è l’arte di strada (street art, per quelli che hanno fatto scuola più all’avanguardia della mia). Io non sono abbastanza bravo per capire se davvero questo artista sia così bravo come si legge in giro: tendo però a fidarmi dei critici, perché è il loro mestiere; e quindi mi pare incredibile la vicenda che sta, in questi giorni, capitando alla sua opera.

 

Ve la segnalo perché mi è tornata in mente per caso (ne avevo letto di sfuggita pochi giorni fa, e me l’ero, maledetto me, già dimenticata…), leggendo di quest’altra splendida storia avvenuta invece quasi settecento anni fa (le storie lontane, spesso, mi sembrano più belle di quelle vicine, ma è un difetto della mia vista, non delle storie, è bene che io lo impari). È anche questa una storia di potere e di arte, di politica e di pittura e di poesia, ed ha come protagonisti i versi di Dante Alighieri e quelli di Francesco Petrarca, e soprattutto i colori diafani e miracolosi della pittura di quello straordinario genio artistico che fu Simone Martini. E poi ci sono i soldi, la ragion di stato, i bisogni di chi comanda.

 

La storia inizia così e, se l’inizio vi piacesse, vi invito a procederne la lettura dove essa continua, anche se è l’ultima domenica di estate e molti di noi, lo so, hanno soltanto voglia di un’ultima, salutare passeggiata per la strada, in riva al mare:

 

La delegazione inglese aveva appena lasciato la sala delle udienze e stava per essere segretamente accompagnata fuori da Castelnuovo – dagli Angioini tenacemente denominato mastio – che già un’altra si presentava al cospetto di re Roberto. La situazione politica si stava complicando, se non si fossero subito messe a tacere le malelingue sarebbe di sicuro scoppiato un incidente internazionale e – perché no? – magari anche una guerra. Gli Aragonesi non aspettavano altro.

 

Sebbene Roberto d’Angiò, terzogenito di Carlo II, regnasse su Napoli da ormai sette anni, erano ancora in molti ad accusarlo di aver fatto avvelenare il proprio fratello maggiore, Carlo Martello, legittimo erede al trono per usurparne il titolo e di aver indotto il secondogenito Ludovico ad abbracciare la vita religiosa per spianarsi la via alla successione. I suoi più accaniti detrattori si annoveravano, ovviamente, tra i ghibellini. E non bastavano i giuristi, ora ci si erano messi anche rimatori e menestrelli a contestarlo dipingendolo come un re illegittimo e fraudolento.

Davide P.
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