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Laplace (Pierre Simon de Laplace, 1749-1827)

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L’importanza di Laplace nella storia della scienza e del pen­siero filosofico è legata alla sua visione deterministica dei pro­blemi, cioè alla parte attribuita al carattere di prevedibilità che deve avere una teoria scientifica per essere credibile e dimostra­bile. La prevedibilità di un evento riveste una rassicurante cari­ca di certezza, che rende possibile teorizzare con serenità un qualsiasi esperimento scientifico. Secondo questa concezione, dell’acqua posta in un recipiente sopra al fuoco dovrà prima o poi bollire, a meno di eventi eccezionali che alterino questo rap­porto tra la causa (il fuoco) e l’effetto (il bollire dell’acqua).

Pierre­-Simon de Laplace, figlio di un agricoltore norman­no, nacque a Beaumont-­en­-Auge, nell’arrondissement di Lisieux. Nonostante le sue origini modeste, riuscì a frequentare la scuola militare locale, dove manifestò una spiccata tendenza per le scienze matematiche. All’età di sedici anni, avviato verso la carriera ecclesiastica grazie alle sue doti intellettuali, iniziò a frequentare l’università di Caen, dove si dedicò allo studio della teologia. Il suo talento per la matematica si manifestò ben pre­sto e dopo due anni lasciò l’università di Caen per recarsi a Parigi, con una lettera di raccomandazione scritta da uno dei suoi insegnanti, Le Canu, per il marchese d’Alembert, l’autore di una parte dell’Enciclopedia. Questi, refrattario ad ogni tipo di raccomandazione, ma impressionato dalle capacità del giova­ne, fece avere nel 1770 a Laplace un posto di professore all’Éco­le Militaire.

Laplace si distinse in quegli anni per i suoi lavori nel campo delle equazioni differenziali, a riguardo della teoria della probabilità e dell’astronomia (calcolo delle orbite planeta­rie, influenza delle lune sul moto dei pianeti). A soli ventiquat­tro anni Laplace fu eletto a far parte dell’Academie des Sciences. Appassionato di meccanica celeste, Laplace scrisse un trattato in cinque volumi, il Trattato di meccanica celeste (1799-­1825), nel quale dimostrò come il moto dei pianeti fosse relativamente stabile e come le perturbazioni prodotte dalla reciproca influen­za dei pianeti o da corpi celesti, quali le comete, fossero solo temporanee.

Nel 1812 fu pubblicata la prima edizione della sua Teoria analitica delle probabilità, con una dedica a Napoleone che venne rimossa opportunisticamente nelle edizioni successi­ve. Laplace seppe abilmente ed astutamente adattarsi ai muta­menti politici della sua epoca. Passato indenne attraverso la Rivoluzione ed il Terrore, nel 1799 fu eletto senatore e divenne anche ministro degli Interni per sole sei settimane durante l’Impero, prima di essere rimosso da Napoleone stesso che gli rimproverava una mancanza di praticità e di buon senso nel governo della cosa pubblica. Nel 1806 gli venne comunque conferito il titolo di conte dell’Impero e nel 1814, alla Restaurazione, fu fatto marchese dal re Luigi XVIII. Nel 1826 si rifiutò di firmare un appello dell’Accademia a favore della libertà di stampa.

Accorto nelle manovre politiche del suo mondo, Laplace era tuttavia un uomo permeato dagli ideali illuministici settecente­schi, secondo i quali la scienza consentiva la liberazione della mente umana dalle tenebre della superstizione e promuoveva il progresso. Laplace era fortemente legato ad una concezione laica ed anticlericale del mondo e si sforzò di eliminare l’idea di un Dio creatore dall’origine dell’universo, mettendo al suo posto un caos originario da cui avevano preso forma gli ogget­ti celesti attraverso l’alternarsi delle leggi di attrazione e di repulsione.

Laplace perfezionò l’ipotesi dell’origine da una nebulosa dell’universo, che già era stata ipotizzata da Immanuel Kant e la descrisse con più accuratezza attraverso l’utilizzo della fisica e della matematica. Studiò le variazioni del movimento della Luna, i satelliti di Giove e l’anello di Saturno, la forma eccentrica dell’orbita della Terra e il moto delle maree e delle comete.

Nel suo Saggio filosofico sulle probabilità, che fu pubbli­cato in appendice alla riedizione della Teoria analitica delle pro­babilità, sostenne l’incapacità dell’uomo di cogliere la comples­sità del cosmo e la necessità dell’utilizzo di strumenti matematici per circoscrivere il contesto probabilistico di ogni conoscen­za della natura. La matematica diventava così non la scienza delle certezze, come era stata ipotizzata fin dai tempi di Platone, ma la disciplina scientifica che misurava eventi fisici probabili. Questo fatto avveniva in un contesto armonico e sistematico, in un universo governato dalle leggi dei numeri e che poteva fare a meno di Dio.

Il percorso intellettuale degli enciclopedisti più radicali, come il barone d’Holbach, che si era spinto a teorizzare una società di atei, governata dal materiali­smo più integrale, trovava in tal modo il proprio compimento teorico. Lo studio delle scienze richiedeva strumenti di calcolo idonei e Laplace diede un contributo determinante a questa esi­genza, ma cosa assai più importante, concorse a creare quella visione di indipendenza del sapere scientifico da ogni tipo di verità rivelata.

La natura diveniva comprensibile, seppure in modo relativo, se si disponeva di alcuni elementi osservabili su cui costruire una teoria conoscitiva. Questa era un’ipotesi che, come disse un giorno Laplace stesso a Napoleone che lo inter­rogava, non aveva alcun bisogno di Dio.

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