l’Altro

L’Altro ha il non superabile difetto di essere un Altro. È questa una delle frasi che più ripeto a scuola, nelle mie classi, quando vedo ragazzi che litigano tra di loro o che non si sopportano più o che, peggio, si prendono in giro e si dimostrano praticamente l’un l’altro il loro non sopportarsi più. L’Altro va sopportato; a volte no, a volte lo si apprezza pure e magari ci piace così, e quindi smette di essere Altro. Ma si tratta di eccezioni. Per lo più, invece, l’Altro continua invece a essere se stesso, diabolicamente, ed è tanto diverso da noi che tutti i nostri sforzi sono appunto indirizzati a sopportarlo, e a non volerlo uccidere (o anche meno, ci mancherebbe).

 

È anche per questa irriducibilità dell’Altro, che – ve lo confesso – mi ha sempre angosciato, che trovo interessanti due letture che oggi, domenica di proposte librarie, mi accingo a proporvi. La prima lettura è un libro ben recensito su queste pagine. Si intitola Stranieri. Figure dell’Altro nella Grecia antica e dice molte cose di come eravamo all’origine, un paio di migliaia di anni fa, sulle sponde del Mediterraneo, quando già arrivavano gli altri ed erano diversi da noi. La recensione inizia peraltro così:

 

Quando vedemmo la foto di Aylan, morto a faccia in giù sulla sabbia di Bodrum, bagnato dalle onde del mare, in molti piangemmo il piccolo profugo siriano, e chi non lo fece si sentì come se lo avesse fatto. Ci dissero che era per quella straordinaria somiglianza ai nostri figli. Ci dissero in fondo che per una volta non fummo più “Noi” opposti ad “Altri”, ma fummo solo, e dolorosamente, “Noi”. Ogni scissione dunque si annullò. Soprattutto ogni opposizione. Perché non sempre è stato così. Non sempre il “Noi” si è opposto agli “Altri”. Torniamo allora alle radici del nostro pensiero, nel tempo in cui il nostro pensiero divenne ciò che ogni nutre la nostra percezione, il nostro occhio, il nostro sguardo. Nel tempo in cui si fece la cultura che ogni ci identifica…

 

Ma non c’è solo il passato remoto, lo sanno bene i miei studenti mentre litigano tra di loro. C’è anche il passato prossimo, il quale invece ci propone una riflessione di segno ben diverso, eppure altrettanto interessante, utile a chi davvero volesse anche, ogni tanto, essere l’Altro, il prossimo appunto, e contemporaneamente lo straniero, il lontano, il remoto. La riflessione prende lo spunto dal vicino centenario di un libro che poneva le basi “scientifiche” (quante virgolette mi servono nella vita di tutti i giorni, non avete idea… sempre di più, ogni anno che passa) per una teoria del razzismo. Il libro, che fu elogiato anche da Hitler, nientemeno, fu scritto da un signore americano, Madison Grant, e si intitola «La caduta della grande razza»:

 

La grande razza era ovviamente quella bianca e il libro lamentava la sua presunta decadenza. Per spiegarla cominciava classificando i “caucasoidi”, di gran lunga superiori ai “negroidi” e ai “mongoloidi”, in tre tipologie. I “nordici” erano i migliori, poi venivano gli “alpini” e infine, come una piaga viziosa, pigra e stupida, i “mediterranei”: greci, italiani e spagnoli.

Da cui la sua tesi centrale: l’immigrazione indiscriminata di questi esseri inferiori stava distruggendo l’America, e i bruti si riproducevano così tanto che la loro carica genetica stava rovinando il nordico popolo americano. Era una vergogna, diceva Grant, che i suoi compatrioti “volessero vivere una vita facile e agiata per una manciata di generazioni” importando quella manodopera a basso prezzo che avrebbe spazzato via la loro razza.

 

È un articolo che in poche righe, secondo me, dice davvero tante cose di cosa sia l’Altro e del perché sia così complicato sopportarlo. Ma se nemmeno questo vi bastasse e aveste invece bisogno di una mia inutile opinione sulla questione degli stranieri o migranti o profughi o come preferite chiamarli (sempre Altri sono), vi rimanderei a questo breve testo, parola per parola, senza aggiungere niente di più. Che con l’Altro ci si deve convivere, e non c’è altro (scusate il bisticcio) da fare.

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Davide P.
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