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laggiù in fondo

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Non credo abbastanza alle classifiche di qualità, non credo ai libri dell’anno, ai bilanci letterari, ai libri che ci porteremo via da questa stagione, a quelli che resistono o che resisteranno, non mi interessano molto le ricorrenze e quindi nemmeno le improvvise biografie dantesche, non credo ai libri da salvare e alla salvezza che viene dai libri, non mi pare che sia utile stilare improvvise o meditate graduatorie, mi pare inoltre (ne sono quasi certo) che cinquanta libri siano davvero troppi, ma realmente troppi, cinquanta è un numero esagerato, e di questi cinquanta libri (li trovate qui) che il 2020 ci lascia, secondo questo sito, io ne ho letti appena una decina e me ne sono piaciuti tre o quattro, mica di più, non ci posso credere a questa lista di libri, nemmeno a questa, sarà un difetto mio.

Ma una cosa la credo, però. E credo infatti che sia importante che, in fondo a questo articolo a cui sinceramente (si è capito) non credo neanche un po’, neanche un attimo, nemmeno una briciola, la cosa importante, che invece mi piace, che mi lascia speranze per il 2021, sono gli ultimi due libri della lista, mi piace che siano in fondo in fondo, dovete usare molto mouse per arrivarci, un bel po’ di polso, ma ci arrivate, come se fossero stati messi lì solo per riempire lo spazio che avanzava (dopo cinquanta libri, cosa avanzava…), ma sono due libri di poesie, li ho letti tutti e due, sono tutti e due bellissimi. E non so se sopravvivranno al 2020 o al 2021, non so se resisteranno, non so cosa vuol dire che resistano o non resistano, so che mi piace che ci siano, che siano poesie, che siano laggiù in fondo, dove è più difficile arrivare. Versi di Chandra Livia Candiani, come questi:

Imparo a guardare
a imprestare lo sguardo
a chi ha urgenza di tana
imparo a ospitare.
Custodisco con cura le parole
poi le silenzio per il suono
di un’altra lingua
per questo sentire nostro
acuto e pugnalante
che non attenua gli urti
lascia il male così com’è
e accoglie tutte le ferite
come cani randagi
con improvvisate ciotole d’acqua
e parole poche smarrite
maldestre. Mani grandi
sorrisi abitabili.

Oppure versi di Patrizia Cavalli, come questi:

Ancora? Ancora? Di nuovo? Davvero?
Sì, è così, è vero, ci credo,
ecco bellezza chiara, sì la vedo
meravigliosa uguale esultanza
con passo saldo e lucido io incedo
sempre uguale, se mi guardo indietro
sempre uguale lo spazio incerto
del bene certo offerto in esultanza.

Oppure questi:

Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio nome, ma stellarti gli occhi
esserti firmamento e vista chiusa
oltre le palpebre splendenti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.

Al fondo del fondo c’è la poesia che ancora scriviamo. È laggiù al buio che ci aspetta, mi viene ogni tanto il sospetto.

Davide Profumo
Davide Profumo
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