smettere di essere indispensabili
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labirinti, città

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Mi è abbastanza difficile scrivere che forse dovreste trovare, in questi giorni, i minuti necessari a leggere il bel racconto di Vanni Santoni, di cui tra poco vi proporrò le righe iniziali e di cui vi lascerò anche l’inevitabile link. Mi è difficile perché il breve racconto di Santoni potrebbe spingervi oltre; per esempio, ad aver voglia di riprendere in mano Le città invisibili di Italo Calvino, libro che – già lo sapete – non mi stanco mai di citare, come se esistessero davvero libri indispensabili. Oppure, più facilmente, potrebbe invogliarvi ad uscire di casa per andare nella libreria dietro l’angolo (siete magari fortunati e abitate a Milano; dietro l’angolo di casa mia c’è un bosco, invece, e poi altre case come la mia, più o meno…) e comprarvi subito la raccolta di racconti Finzioni scritta qualche decennio fa da Jorge Luis Borges. E poi da lì passare ad altre raccolte e poi probabilmente a Cervantes (autore dello stesso libro poi scritto anche da Pierre Ménard…), che con Borges c’entra sempre, e magari quindi a chissà quale altro autore argentino o cileno o brasiliano, non lo so… E insomma, mi viene molto difficile darvi questo consiglio che sto per darvi, perché è un invito a perdervi in un labirinto, non è un consiglio; ed è sempre brutto dire agli altri che si devono smarrire, come se fosse utile farlo (non lo è), in un labirinto, cominciando da un libro qualunque.

 

Però, insomma, se non avete voglia di perdervi in questo labirinto che è la letteratura (e non ho mai nominato la parola «biblioteca», spero lo abbiate notato), non seguirete il mio consiglio, e andrà bene lo stesso. E se invece ne avrete voglia (o se piuttosto vi ci siete già persi, poveri voi…) allora magari lo apprezzerete, non lo so. Il racconto di Santoni è, a mio parere, molto bello, si intitola La finestra di Borges, e si trova qui; e inizia così:

 

Essendo mio padre un ingegnere della tipologia antica, di quelli che si pensavano anzitutto come intellettuali e vedevano l’ingegneria come un complemento delle discipline umanistiche, e dunque, di fatto, una disciplina umanistica a sua volta, in casa, da sempre, vi erano più testi letterari che scientifici1.

Essendo tuttavia, e comunque, un ingegnere, egli poneva al vertice della piramide quella letteratura la quale, piuttosto che indagare il cuore e l’anima dell’uomo, cercava di circoscrivere a formula, o almeno a proiezione, quelli del mondo. La risoluzione di misteri, l’avventura a chiave, la combinatoria, il gioco letterario, il postmodernismo di marca europea, erano le sue passioni; da ingegnere, tali passioni catalogava in implicite scale di necessità e interazione, dove la chiarezza non aveva importanza minore della volontà di scendere nei recessi dell’ignoto.

 

Poi, quando lo avrete finito e spero apprezzato, potrete anche tornare qui. Forse vi sarete fatti un’idea del labirinto,  la vostra, necessariamente imperfetta, perché altrimenti non lo sarebbe, un labirinto. E tra quelle che mi sono fatte io (sono tante, tutte inutili, come potete intuire), ce n’è una che dice che il labirinto è una città come le nostre (di nuovo Calvino, le sue città), ma vista con gli occhi di qualcuno che sappia coglierne la luce e le ombre ripetute, sempre uguali e sempre diverse. Mi è sembrato che il fotografo che ha cercato di fermare nelle sue immagini «l’ora blu» di Hong Kong ci sia un po’ riuscito. Magari sembrerà anche a voi.

 

[E poi, non c’entra niente, una persona che seguo da anni sul web e che si chiama Alessandra ha scritto ieri una poesia che mi è piaciuta molto, breve e tutta endecasillabi. La trovate qui, ma fate attenzione, secondo me a leggerla bene fa un po’ commuovere.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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