Trascorso ormai più di un mese dal giorno della scomparsa di Umberto Eco, ho avuto voglia di fare una specie di bilancio. Cosa ci siamo detti su di lui? Cosa resta da dirci su di lui? (Tantissimo.) Da dove vogliamo partire per provare, con calma e pazienza e molti giorni futuri a disposizione, a dirlo?

 

Ecco, magari a voi è venuto in mente ben altro, qualcosa di più pregnante e suggestivo di quanto sia venuto in mente a me. Però io credo che questo articolo di Roberto Cotroneo riassuma bene quello che credo possa essere il mio punto di ripartenza per capire chi sia stato e cosa abbia scritto Umberto Eco. E anche, lo sottolineo, per non lasciare che i suoi scritti passino e si dimentichino, come è accaduto a molti altri che sono morti e che avevamo pianto come decisivi e di cui ci siamo dimenticati in poche settimane, tra una partita della nazionale e l’altra. Dunque Cotroneo. Il quale scrive così, per cominciare:

 

Alessandria, in Piemonte, può essere una città dai grandi spazi. Soprattutto quando si è bambini i luoghi possono sembrare smisurati: le case più grandi di quello che sono, le piazze diventano luoghi in cui perdersi, i viali paiono strade che non finiscono mai. Ad Alessandria esisteva ed esiste ancora una piazza, intitolata a Giuseppe Garibaldi, tutta a portici, con un grande spazio che, soprattutto con la nebbia di un tempo, la faceva sembrare sconfinata, senza bordi e senza confini.

Siamo negli anni della seconda guerra mondiale, un bambino corre con una bicicletta. Ha poco più di dieci anni, e si dirige verso l’edicola della stazione ferroviaria dove qualche giorno prima aveva visto un fascicolo Sonzogno, con una storia tradotta dal francese: «costava una lira, e io avevo una lira in tasca».

Molti anni dopo, quel bambino, diventato uno dei più grandi scrittori di questi tempi dirà che quel fascicolo «era la sola promessa di narratività e di fantasia». Lo dirà in un piccolo racconto uscito su una pubblicazione a carattere locale, dedicata alla sua città natale, Alessandria, appunto. Era il 1981, Il nome della rosa, uscito solo da un anno, lo aveva trasformato in uno degli autori più famosi del mondo.

 

È un inizio facile, senz’altro; ma non basta. Perché l’Umberto Eco disegnato da Cotroneo, riga dopo riga, è più complesso di quello che ci siamo un po’ abituati a ricordare e commemorare ultimamente. Dice anche così, per esempio:

 

… la sua grandezza non è una somma. È una lunghissima nota a margine, un marginalia, come si sarebbe detto nel medioevo, di quelli che piacevano proprio a lui. La sua capacità di tenere staccate le cose e di unirle in un modo tutto suo, che non era il modo degli altri.

 

E poi racconta pure questo, per completezza:

 

È una storia curiosa quella di Eco. Uomo di sinistra ma non appartenente a quella sinistra intellettuale che tutti conoscono bene. Un Eco che non ha mai suonato il piffero della rivoluzione (il flauto lo suonava, ma preferiva la musica barocca), che non ha reso omaggio alla cattedrale gauche di Einaudi, che non si è degnato di occuparsi troppo di Antonio Gramsci, che probabilmente lo annoiava assai, che ha polemizzato duramente con Pier Paolo Pasolini, che non ha mai creduto la cultura dovesse essere retorica rivoluzionaria, attrezzo sociale per il riscatto delle masse.

 

Ma soprattutto c’è un bel finale, che non riporto sperando che vi venga voglia di andare a leggere tutto l’articolo, per quanto lungo. E forse a un certo punto (mi direte voi cosa vi sembra) c’è una parola usata al posto di un’altra (un «bassa» che dovrebbe essere «alta», secondo me), ma forse è un errore (paradossalmente) trascurabile. L’articolo completo è qui, buona lettura.

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Davide P.
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