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la storia è sempre la stessa

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Naturalmente mi ripeto. Ma ci sono convinzioni letterarie che (non so se per fortuna o per colpevole pigrizia) non mi abbandonano da molti decenni, come motivi musicali che non smettono di risuonarmi in testa. E una di queste è senz’altro quella per cui il ciclismo è lo sport più letterario di tutti, epico e comico, tragico e avventuroso, di gran lunga il più misteriosamente capace di costruire personaggi quasi danteschi nella loro allegorica emblematicità (faccio un’eccezione solo per Ayrton Senna, ma anche questa è una preferenza tutta inutilmente personale).

Il ciclismo, dicevo, E quindi, per la generazione che ha avuto trent’anni alla fine del secolo scorso, Marco Pantani.

Così tanto e così troppo Marco Pantani che quando ho saputo di un altro film che ne avrebbe raccontato la vita e le imprese sportive (e naturalmente le sconfitte e la tragica morte) ho pensato anch’io quello che ha pensato Gino Cervi, autore del post che vi sto consigliando oggi (che trovate qui) e da cui potrete partire per ri-raccontarvi la storia di Marco Pantani:

Confesso di essere entrato al cinema con un po’ di pregiudizi. L’ennesimo elogio postumo del campione disperato, del genio incompreso, del fuoriclasse tradito, dell’uomo abbandonato. Magari con quel contorno di morboso scandalismo che continua ad avvolgere la sua morte, mai del tutto spiegata, mai del tutto capita, forse per primo da chi gli stava o avrebbe dovuto stargli accanto. Anche il claim che accompagna la locandina del film, “Il primo vero film su Marco” – Tonina Pantani –, non mi metteva nella migliore predisposizione d’animo.

Ma basta leggere i capoversi successivi per capire che anche questa volta varrà la pena di guardare le immagini e farsi raccontare di nuovo la storia, la stessa storia, sempre quella. Come mi immagino che accadesse con Achille e Ulisse e Diomede, quando c’erano gli aedi a ripetere in versi imprese e sconfitte, ogni volta le stesse, a un pubblico che non si stancava mai di ascoltarle e di commuoversi di fronte alle stesse incomprensibili disfatte.

Davanti al ciclismo, ogni volta, io mi sento quel pubblico. Cerco magari di non esserlo, fingo di assumere un distacco intellettuale che forse si converrebbe di più alla mia età (non abbiamo mica più trent’anni…): ma non mi è possibile, ridivento subito quel pubblico infantile, ridivento quel pubblico incantato che sa che alla fine c’è sempre una sconfitta.

Vi consiglio quindi la storia di Marco Pantani oggi (una qualunque, una delle decine che trovate in rete o dove vi pare; ma ovviamente soprattutto l’ultima, quella di cui stiamo parlando). E se non è la prima volta che lo faccio, come credo di ricordare, sono quasi più contento di consigliarvela. In questa ricorsività delle grandi imprese e delle terribili sconfitte c’è tutto l’epos di cui sono capace.

[E se invece poi voleste qualcosa che sia molto più letterario di così, ecco, posso offrivi quello che cercate: Dante, Ulisse, la critica letteraria vera, accademica e coltissima, come è giusto. Vi avverto, però: la storia è sempre la stessa.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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