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la solita sedia

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Oggi vi parlo di bellezza. Anzi no, perché non ne sono capace. Oggi, come al solito, visto che io non lo so fare e non l’ho mai saputo fare altrimenti, oggi provo a fare in modo che siano gli altri a parlarvi di bellezza, con le loro parole più belle delle mie. E prendo a prestito sillabe, immagini, disegni: tutto quello che posso, solo per parlare di bellezza.

 

E la bellezza appare. La bellezza appare, qua e là, anche nella profluvie delle opere di poesia pubblicate dai centomila editori di poesia (l’Italia è un Paese di poeti che non leggono poesia, si dice: ma sarà anche un Paese di editori di poesia che non leggono ciò che pubblicano), anche nel pullulare del web, anche nel passaparola della Repubblica delle lettere, anche nei siti pretenziosi o non pretenziosi, la bellezza appare, talvolta, di rado, certo di rado – ma quando mai la bellezza è stata merce comune? Raramente, molto raramente. C’è stato qualche magic moment per la bellezza, nella storia umana: qualche.

La bellezza appare, e farà il suo effetto. Oggi sembra soffocata dalla massa delle produzioni insensate: è vero, la massa delle produzioni insensate copre, nasconde, invisibilizza; peggio: distoglie, deforma, mistifica. E’ forse peggio di quando una donna su cinque moriva di infezioni poco dopo il parto? No, è meglio. Questa è la modernità, o postmodernità, o ipermodernità, fate voi, ma questa è: teniàmocela stretta, teniàmoci stretti noi stessi per quel che siamo, ora, oggi.

 

Sono queste le parole di Giulio Mozzi, che proseguono qui e sono molto intense e non parlano di poesia o letteratura ma di bellezza, ci si tiene a precisarlo. Ma ci sono anche fotografie come quelle di Mario Dondero, se credete: ed è bellezza pura, anche la loro. Ne trovate alcune qui, con poche parole che dicono del loro incanto:

 

Lo stile di Mario era un andamento, uno stare appeso passo dopo passo ad un ritmo attento e teso. Mario ondeggiava nelle sue vecchie scarpe da camminatore con la Leica a tracolla tenuta con una mano mentre con l’altra accompagnava la discussione, quel suo perenne dialogo con il mondo fatto con tutto il corpo ed esplicitato agli altri con le sue straordinarie fotografie. La voce era calda e il tono elegante e infine il suo sguardo affettuoso, ma sempre astuto. Eleganza e portamento, consapevolezza intellettuale e fascino, Dondero era un uomo del Novecento per nulla in imbarazzo in questo secolo che si dice complesso, ma che in fondo è solo stupidamente timido.

 

Ma anche una mappa come questa (guardatela, vi farà piacere): che disegna un mondo vecchio come fosse un apparato circolatorio, arterie vene e sangue, e forse lo è , forse è quello che siamo, sangue che scorre per le strade, da secoli, sempre le stesse strade che conducono sempre nello stesso luogo.

 

E poi, la sedia di Bukowski e di Paolo Nori, la solita sedia per la solita scrittura e la solita pazienza. Che magari, un giorno, quasi per caso, produce un istante di bellezza. Lo racconta qui Paolo Nori, in un pezzo che, non so nemmeno perché, a me è sembrato subito davvero bellissimo, nel suo non raccontare nulla se non la fatica di se stesso:

 

Ogni tanto succede, a me succede spesso, di aver l’impressione di non aver niente da dire, cioè non di non aver niente da dire, di non esser più capace di scrivere niente, cioè non di non esser capace di scrivere niente, di non esser capace di scrivere niente di bello, cioè non di non esser capace di scrivere niente di bello, di non aver neanche più la forza di mettermi lì, al computer, aprire un file per raccontare una cosa che magari dopo vien fuori bella e contiene magari qualcosa da dire…

 

E infine, più naturalmente di rutto il resto, aprire la porta e uscire di casa e vedere la bellezza. Oppure, ma più difficile assai, chiudere ogni porta e vedere la bellezza da dentro, come in una visione. Come quella Chiara di cui in questi giorni un uomo sta raccontando sul web. Che diceva così:

 

“Tutte le cose ardono, tutte le cose ardono, e voi che fate?”

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Davide Profumo
Davide Profumo

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