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la prima parola

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Ci sono poche cose di cui sono certo. Anche in campo letterario, sono pochissime. Una di queste, però, mi capita di ripeterla quasi tutti gli anni, o anche solo una volta ogni due anni, che è già molto. Mi capita quando leggo il primo canto dell’Inferno di Dante e arrivo al momento in cui già si è detto della selva oscura, già si è detto del colle illuminato dal sole, già si è detto anche delle tre bestie feroci, che impediscono il passo al personaggio-Dante, e si sta dicendo dell’apparizione di un’ombra, fioca e quasi impercettibile, l’ombra di un uomo che tra non molti versi sapremo essere l’ombra di Virgilio, autore dell’Eneide, poeta e sapiente e quindi guida verso la fine del Purgatorio, unica possibilità di salvezza per l’uomo Dante che si è perduto e non sa come sfuggire a se stesso e al suo stesso male. E a quel punto della storia del viaggio, che deve ancora cominciare, l’uomo Dante (o il personaggio, se preferite) dice una parola, che è a ben veder la prima parola che il personaggi pronuncia in tutto il poema e quindi, faccio notare io a chi mi ascolta e anche a chi fa finta, dovrà senz’altro essere parola importante, dovremo prenderne nota e farci un bel po’ di attenzione.

 

E lo è infatti, è importantissima, ed è un parola in latino e il personaggio Dante dice (anzi grida, per essere precisi come è necessario essere; ed è il verso numero 65 per i più pignoli) così: Miserere, «abbi pietà di me». Cioè chiede aiuto, e per farlo usa la formula liturgica del chiedere aiuto, e quindi invoca pietà per se e dichiara in un colpo solo, la prima parola pronunciata come personaggio, la sua fallibilità e l’impossibilità di farcela da solo e di bastare a se stesso, il suo non essere Ulisse, il suo essere invece un uomo stanco, perduto e spaventato che ha bisogno soltanto di essere aiutato. E, penso io (oppure lo dico se mi accorgo che qualcuno mi sta davvero ascoltando), senza questa parola il viaggio del personaggio-Dante (o dell’uomo, se preferite) non sarebbe mai nemmeno cominciato e il verso successivo al verso 65 sarebbe stato bianco e così tutti gli altri quattordicimila versi di tutto il poema non sarebbero mai esistiti e non ci sarebbe stata né strada verso il cielo né fine del Purgatorio. Se l’uomo Dante non avesse chiesto aiuto all’ombra senza nemmeno sapere di chi fosse quell’ombra.

 

Ecco, oggi ho letto un brevissimo racconto di medicina e di medici che mi ha fatto pensare molto a questo inizio di viaggio e di salvezza. Ve lo ripropongo, sperando vi tenga compagnia in questa domenica di febbraio un po’ uggiosa. Inizia così:

 

Il camice piombato pesa più del dovuto, mentre, con le gambe appena divaricate, sosto come una guardia svizzera alle spalle del chirurgo, le braccia conserte e un silenzio anch’esso di piombo, se non fosse per il rumore del bisturi elettrico.

“Vuoi che ti chiami qualcuno?”

Nessuna risposta.

In compenso si gira la ferrista, incrociamo gli sguardi stanchi, sull’orlo della pazienza.

Cambio impercettibilmente posizione, sempre senza muovere l’aria, in realtà cambio il carico del peso da una gamba all’altra.

Aspetto.

Ancora il ronzio del coagulo, la luce innaturale che ferma tutto, come in una fotografia, mentre il mio monitor scandisce il ritmo del tempo…

Davide Profumo
Davide Profumo
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